Xylella, migliaia di ulivi tagliati, crollo della produzione, truffe e inchieste aperte su tutti i fronti. Dopo il 2014, anno horribilis per la produzione di olio d’oliva, non si volta ancora pagina. Nel 2015 ha regnato la legge di Murphy: se qualcosa può andar male, andrà male. Così è stato. Il piano che avrebbe dovuto fermare il diffondersi della Xylella non ha bloccato il batterio ed è al centro di un’inchiesta della Procura di Lecce che vede indagate dieci persone, tra cui lo stesso commissario straordinario Giuseppe Silletti. Che si è dimesso. Siamo punto e a capo: non è certa l’origine del batterio, né si conosce una cura. Ad oggi si mette in dubbio persino che la Xylella sia la sola e vera causa del ‘complesso del disseccamento rapido’ (Codiro) in Puglia. ‘Congelato’ il terzo piano in approvazione: gli ulivi da abbattere sono sotto sequestro. Di più. L’allarme che la Coldiretti ha lanciato a inizio anno sulla produzione e sul rischio di truffe si è rivelato più che fondato. Diverse le inchieste aperte su produttori di marchi tra i più noti d’Italia. Anche la Puglia è stata culla di una maxi-frode: almeno dieci le aziende coinvolte in un giro di affari di decine di milioni di euro. In questo scenario l’invasione dell’olio dalla Tunisia rappresenta la ciliegina sulla torta. Ed ecco che il 2015 si è chiuso peggio di come è iniziato. E non era facile.

UN ANNO DI XYLELLA – Risale a gennaio l’allarme dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa): la Xylella fastidiosa è una minaccia per 150 specie, anche in Europa. L’allarme degli agricoltori del Salento è stato finalmente ascoltato, ma la situazione era già disastrosa. E di lì a poco sarebbe precipitata. A febbraio il Consiglio dei ministri ha deliberato lo stato di emergenza, nominando commissario straordinario Giuseppe Silletti. Tra Governo e Regione sono stati stanziati circa 20 milioni di euro. Il territorio è stato diviso in ‘linee di difesa’: a Sud la zona infetta, poi una fascia di eradicazione tra le province di Lecce e Brindisi, il cordone fitosanitario e, a Nord, la zona cuscinetto, oltre la quale la Xylella non doveva passare. A marzo, però, il batterio è arrivato fino a Oria (Brindisi) e le misure sono diventate ancora più rigide con il piano bis, l’eradicazione delle piante nel raggio di 100 metri da quelle infette e il divieto di impiantare nuovi ulivi. In tutti questi mesi gli agricoltori hanno difeso ciò che avevano, opponendosi ai tagli degli ulivi secolari e ricorrendo a Tar e Consiglio di Stato. E poi la disobbedienza civile, con blocchi stradali, ronde notturne, frantoi chiusi, alberi piantati e binari bloccati.

QUELLO CHE (NON) SI SA – Ci sono poche certezze su come sia arrivata la Xylella in Salento. I magistrati di Lecce sospettano che il batterio sia stato introdotto dai ricercatori nel corso di un convegno svoltosi a Bari nel 2010 e organizzato dall’Istituto agronomico del Mediterraneo dopo la partecipazione a un corso in California. Gli esperti dell’Università di Bari, invece, hanno sempre ritenuto che il ceppo della ‘Xylella fastidiosa’ (diverso da quello californiano), provenisse dalla Costa Rica, Paese dal quale sono stati importati milioni di oleandri e che questi avrebbero veicolato il batterio attraverso le cicale sputacchine. Poi c’è la pista del Brasile: è lì che per la prima volta è stato sequenziato il dna della Xylella. Il progetto di ricerca fu chiamato ‘Alellyx’ e fu creata una biotech che studia le piante resistenti al batterio. Nel 2008 la biotech è stata acquistata dalla Monsanto Company, multinazionale di biotecnologie agrarie, finita al centro delle teorie del complotto. Solo illazioni per gli esperti, ma la Procura non si è fermata.

L’INCHIESTA DI LECCE – Nell’aprile del 2014 è stata avviata l’inchiesta che vede ora indagati il commissario Silletti e altre nove persone, tra funzionari della Regione Puglia, componenti dell’Osservatorio fitosanitario regionale, ricercatori e docenti universitari. Tra le accuse diffusione di una malattia delle piante, violazione dolosa delle disposizioni in materia ambientale, distruzione o deturpamento di bellezze naturali. Al centro dell’indagine l’inefficacia del piano bis di Silletti e le condotte messe in atto dal 2010 a oggi. Secondo la Procura non vi è un nesso causale tra i disseccamenti e l’infezione da Xylella. Un altro filone d’indagine, infatti, mette in relazione il batterio e la ‘lebbra dell’ulivo‘, una malattia delle piante diffusasi tra il 2009 e il 2010 in Salento, tra Taviano e Gallipoli, dove si sono sviluppati i primi focolai di Xylella. Sotto accusa i test di fitofarmaci non autorizzati per combattere la lebbra dell’olivo e che potrebbero aver contribuito a causare “un drastico abbassamento delle difese immunitarie degli alberi”. Al vaglio anche gli investimenti delle società interessate alle sperimentazioni in campo nel Salento: la Monsanto che ha acquisito la Allelyx nel 2008 e la Basf che ha investito 13,5 milioni di dollari nella stessa società nel marzo 2012. Si indaga anche sulla pioggia di finanziamenti destinati alla Puglia dopo la proclamazione dello stato di emergenza, sui sistemi di coltivazione superintensiva e sull’interesse economico da parte di alcune società e della stessa Università di Bari all’introduzione di nuove cultivar di olivo.

LA PRODUZIONE – Nel 2014 la produzione di olio era crollata del 37% rispetto al 2013. Si è scesi al minimo storico delle 300mila tonnellate (rispetto alle solite 500mila). Colpa del clima che ha favorito la diffusione della mosca olearia. Quest’anno il raccolto è andato decisamente meglio, con un aumento di oltre il 30% della produzione di olio rispetto al 2014, eppure i consumatori hanno fatto i conti con l’aumento dei prezzi e il rischio di incorrere in truffe. Come quella delle fatture false, sempre più frequente in Calabria e Puglia. Raggiri attraverso i quali entra in Italia olio straniero (a volte veri e propri scarti)  e diventa ‘magicamente’ prodotto made in Italy. Poi c’è l’invasione di olio dalla Tunisia: secondo i dati Istat relativi ai primi sette mesi del 2015 le importazioni dal Paese africano sono aumentate del 734 per cento, 8 volte in più rispetto al 2014. E subiranno un ulteriore incremento. Con una decisione senza precedenti, infatti, Bruxelles ha aumentato il contingente di esportazione agevolata per la Tunisia. Si passerà da 56.700 a 91.700 tonnellate di olio d’oliva tunisino senza dazi verso l’Unione europea. Fino al 2017.

LE TRUFFE – Diverse le indagini sulle contraffazioni dell’olio condotte nel 2015. A settembre sugli scaffali dei supermercati di Berlino sono state sequestrate bottiglie di olio pugliese, ma solo sulla carta. Frutto della sofisticazione alimentare su cui molto sta investendo la criminalità organizzata. Tra le inchieste più importanti quella sull’olio venduto come extravergine (in realtà di categoria 2), condotta dal pm di Torino Raffaele Guariniello e sfociata nell’iscrizione del registro degli indagati dei responsabili legali di 7 aziende: Carapelli, Bertolli, Sasso, Coricelli, Santa Sabina, Prima Donna e Antica Badia. L’indagine è partita dalle segnalazioni sull’esistenza di un presunto cartello dell’olio italospagnolo. Materia prima proveniente dalla Spagna, produzione di aziende toscane e umbre. Si tengono i prezzi bassi, ottenendo il marchio made in Italy pur avendo solo il 16 per cento di olio italiano. Agli inizi di dicembre anche la Puglia è stata al centro di un’inchiesta: sequestrate 7mila tonnellate di olio vendute sul mercato come ‘100 per cento italiano’ (in realtà una miscela di extravergini provenienti da Tunisia, Siria, Turchia e Marocco). Si era partiti indagando sulla Xylella e su un presunto traffico di rami d’ulivo infettatati.

IL DECRETO DEL GOVERNO – A chiudere l’anno ci ha pensato la Camera nell’esame del decreto legge del Governo con le sanzioni per la contraffazione dell’olio. Contro il testo c’è stata una levata di scudi da parte degli agricoltori, preoccupati di una possibile depenalizzazione del reato di contraffazione dell’extravergine. Un reato attualmente punito fino a 2 anni di carcere. Secondo lo schema di decreto legislativo, le aziende che riportano in etichetta “segni, figure o illustrazioni in sostituzione della designazione dell’origine o che possono evocare un’origine geografica diversa da quella indicata…” incorreranno in una sanzione da 1.600 a 9.500 euro. Non più reato ma infrazione? Il Mipaaf ha chiarito: “Nessuna depenalizzazione, si regola una fattispecie che oggi non è punita, ovvero quella della mancata indicazione d’origine”. Produttori e opposizione sottolineano la necessità della prevalenza della norma penale. Di fatto le commissioni Giustizia e Agricoltura della Camera, che hanno cominciato ad analizzare il testo, hanno chiesto una proroga al 31 gennaio 2016 per valutare meglio il provvedimento.