Le perspicaci riflessioni del professor Umberto Vincenti, raccolte in un agile quanto profondo volumetto, pubblicato, quasi cinque anni or son, nelle “Saggine” dell’Editore Donzelli, Diritto e Menzogna, dal significativo sottotitolo, “La questione della giustizia in Italia”, ruotano attorno ad una constatazione terrificante nella sua apparente semplicità: “Varcata la soglia del tribunale, si entra in un modo di apparenze che possono coprire l’inganno o, anche, l’auto-inganno. È invece sulla verità che si fonda la rettitudine della convivenza civile. Ma le istituzioni – le leggi, i magistrati, i burocrati – possono simulare e far prevalere la menzogna”.

Il pensiero, stante l’esplicito riferimento alla “soglia del tribunale”, corre istintivamente alle motivazioni delle sentenze o, ancor meglio, alle orazioni dei patroni dei litiganti, che pur di pervenire all’obiettivo prefissato, sviliscono le argomentazioni sfavorevoli, dal momento che l’eventuale omissione costituirebbe insuperabile punto debole, in un linguaggio che parcellizza quelle concatenazioni logiche a favore di altre che invece, ad un’analisi, per così dire, sintagmatica, risulterebbero perdenti. Il discorso, tuttavia, è più complesso ed investe il rapporto tra il “potere e il diritto”. E a renderlo particolarmente intrigante è, peraltro, il fatto che, di questi tempi, più che in altri, si è portati a credere che la menzogna trovi il suo miglior sostegno: a tacere dei suoi estimatori novecenteschi, come Albert Camus, per il quale “la verità come la luce acceca. La menzogna, invece, è un bel crepuscolo, che mette in valore tutti gli oggetti”, o Robert Musil, secondo cui “non è vero che l’uomo insegue la verità, è la verità che insegue l’uomo”, Javier Marìas non esita a definire questa nostra “l’età della menzogna” e raccontando della realtà che ispira il suo romanzo Il tuo volto domani, nel 2007, così s’esprimeva: “oggi, disgraziatamente, non c’è neppure bisogno di situazioni estreme (come la Guerra civile spagnola, n.d.r.). Anche all’infuori di esse, gente come Bush, Aznar, Blair, e Berlusconi mentono senza sosta, vivono, sono installati nella menzogna e la cosa peggiore è che tanta gente lo trovi normale e lo tolleri”.

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Che ciò accada in questo tempo più che in ogni altro è vero, però, soltanto in parte. Quando, infatti, Niccolò Machiavelli, correva l’anno 1515, nel capitolo XVIII del Principe, dove s’insegna “In che modo e principi abbino a mantenere la fede”, spiegò “come sono dua generazione di combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel secondo delle bestie: ma, perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo”, la storia già aveva più volte fatto vedere come il diritto potesse degenerare a strumento nella discrezione piena del potere, a mezzo cioè di sopraffazione, spesso subdolo in quanto naturalmente sorretto da un’istanza di giustizia e verità.

Gli osservatori più accorti della fenomenologia giuridica, del resto, percepiscono da sempre come il governo di una comunità politica, al pari di quello dei rapporti interindividuali in essa presenti, possa dipendere, e sia spesso dipeso, da azioni che si concretizzano in induzioni o circonvenzioni, alle quali fa velo un uso del diritto idoneo a fornire legittimazione a false rappresentazioni della realtà condotte in funzione di operazioni di potere. Né sfugge loro che questo stesso uso disinvolto del diritto e delle sue forme possa essersi avuto e si abbia in altri contesti, quali quello dell’indottrinamento politico ovvero in sede scientifica o didattica, esponendo ed esplicando addirittura un diritto che non c’è, poiché deviato, nei fatti, dal perseguimento di finalità diverse da quelle che gli sono istituzionalmente proprie. Quella dell’asservimento del diritto e delle sue forme al potere, della loro presentazione artificiosa e artefatta, è del resto una lunga storia, che non s’è mai spezzata, nella quale si rivela uno dei più peculiari caratteri dell’azione politica e normativa dell’Occidente.

Desiderio di sicurezza, propaganda, retorica, paura, ignoranza e tutto questo insieme all’illusione indotta dalle finzioni del formalismo giuridico, consentì ad Augusto, tra il 28 e il 27 a.C., di rendere credibile la sua grande menzogna, quella cioè di avere, una volta ristabilita la pace con la fine delle guerre civili che avevano dilaniato Roma, trasferito la repubblica dal suo potere “alla libera decisione del senato e del popolo romano” (Res Gestae, XXXIV). In realtà, come bene avrebbe tuttavia spiegato Tacito negli Annales (1.3.37), la pace augustea restituì più che altro i vocabula, i nomi delle antiche magistrature, ma nulla rimase della costituzione repubblicana, poiché il governo era ormai nella discrezione dell’imperatore. Questo, comunque, non fu di ostacolo a che il nuovo, eccellente regime creato da Augusto, optimi status auctor, per uno stato che a lungo si sarebbe continuato a chiamare res publica (Suet., Aug. 2.28.2), si proiettasse verso il futuro e a che molti se ne continuassero ad avvalere, considerandosi legittimi eredi di una mitica res publica romanorum, da Carlo Magno al papa a Napoleone. E sarà proprio quest’ultimo, il quale, non a caso, a Sant’Elena dirà al suo biografo Las Cases che “libertà ed eguaglianza sono parole magiche”, a introdurre nella modernità il modello augusteo della legittimazione di un nuovo ordine politico-costituzionale mediante l’uso improprio di nomi, istituzioni, figure peculiari di un regime affatto diverso e la cui reale funzione sarà solo quella di criptare abilmente gli arcana imperii.

Molteplici e spesso concorrenti, nel contesto a noi più prossimo, l’Italia dei nostri giorni, le cause in virtù delle quali il diritto, espressione della volontà di chi sia al potere, che postula comunque obbedienza e gode di una rispettabilità quasi a priori, si fa strumento di alterazione di tutto un contesto storico, sino a giungere alla negazione di se stesso per diventare strumento di legittimazione di menzogne istituzionali: legislazione malamente concepita e coordinata, che finisce con il ridurre il diritto a un discorso verboso, a disposizione di interpreti propensi a forzarlo a vantaggio di interessi di parte; magistratura disegnata costituzionalmente più come centro di potere che come potere di servizio, con eccessivo e sproporzionato tasso di entratura in organi di garanzia; avvocatura a cui la Costituzione assegna la funzione della difesa processuale, ma non autorizzata per questo ad agire per sviare la retta applicazione della legge; formazione professionale difettosa, affidata a università che restituiscono alla società tecnici, ma non giuristi in grado di percepire i contesti socio-politici dai quali scaturiscono le regole e ai quali queste sono destinate; impunità diffusa, agevolata dalle complicazioni processuali e frustrante per il cittadino onesto e osservante; privati cittadini che usualmente dichiarano il falso per conseguire vantaggi economici.