Gli elogi di Bertolt Brecht ma anche di Joseph Goebbels, gli apprezzamenti dei grandi produttori hollywoodiani e degli indipendenti come Roger Corman, l’affronto tragicomico di Fantozzi e l’elevazione a capolavoro della storia del cinema in tutti i manuali universitari. Il 21 dicembre 2015 si celebrano i 90 anni dalla prima proiezione de La Corazzata Potemkin, il film girato dal cineasta russo Sergei Eisenstein, mostrato per la prima nella sala Bolshoj di Mosca il 21 dicembre del 1925 allo stato maggiore della nascente Unione Sovietica, appena divenuta orfana di Lenin, ma già con Stalin ad ordinare piani quinquennali e dettare la propaganda. Già, perché La Corazzata Potemkin, resa ancor più celebre dal terrificante urlo di Paolo Villaggio nel Secondo Tragico Fantozzi (1976) di Luciano Salce ‘la corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca’, nacque come più fulgido ed alto esempio dell’esaltazione dei valori rivoluzionari russi per poi diventare cult cinematografico senza tempo.

Settanta minuti di durata, 1320 singole inquadrature modulate applicando la teorie del ‘famigerato’, spettacolare ed efficacissimo ‘montaggio analogico’ di Eisenstein, la storia che si fonde col mito ed eleva a soluzione universale l’unione tra proletari e soldati per abbattere il potere dispotico dello zar, La Corazzata Potemkin inizialmente doveva essere solo un tassello – l’ammutinamento dei marinai della nave Potemkin, la solidarietà del popolo di Odessa che provocherà la reazione sanguinosa dell’esercito – di un film ben più lungo e commemorativo della rivoluzione russa del 1905, prodromo di ciò che avverrà poi con successo nel 1917.

Suddiviso in cinque atti – Uomini e  vermi; Il dramma sul ponte di poppa; Il sangue grida vendetta; La scalinata di Odessa; Il passaggio attraverso la squadra – La Corazzata Potëmkin “non ha racconto tradizionale né protagonisti dai connotati psicologici individuali”, scrive sulla Treccani il critico cinematografico russo Naum Kleiman. “Nelle situazioni operano ‘eroi collettivi’ che incarnano la forza della Rivoluzione (i marinai in rivolta), la Nazione/Popolazione pacifica (i solidali abitanti di Odessa) e il Regime dispotico (gli ufficiali, i soldati che puniscono la popolazione civile, la flotta zarista). Accuratamente selezionati, i ‘tipi’ (tanto gli attori quanto i non professionisti) raggiungono un livello di stilizzazione tale da rimandare immediatamente al loro referente sociale”.

Lavorazione travagliata e ristretta nei tempi (da giugno a novembre del 1925), scritto da Eisenstein e da Nina Agadzhanova – testimone del massacro di Odessa – il film vede la luce grazie al quintetto di collaboratori dell’enfant prodige del cinema russo (Aleksandrov, Strauch, Antonov, Gomarov e Levsin) e all’operatore di macchina Eduard Tissè. Il 21 dicembre, a poche ore dalla prima, si narra addirittura di Eisenstein che in cabina di proiezione monta le ultime sequenze della pellicola con la propria saliva, visto l’improvviso esaurimento del collante. Le autorità sovietiche sono entusiaste, idem i nazisti che inneggiano alla bellezza e alla forza propagandistica del film, ma la Potemkin rimane un film invisibile almeno fino al 1952 nel resto d’Europa, in Italia nel 1960.

Una celeberrima sequenza del film, quella della scalinata di Odessa, viene rielaborata in chiave gangsteristica da Brian De Palma alla stazione di Chicago ne Gli Intoccabili (1987). Mentre rimane ancor più popolare il momento di ribellione fantozziano che, costretto ad uscire di casa mentre in tv si gioca Inghilterra-Italia per andare a vedere dapprima un film cecoslovacco, boccia perentoriamente il capolavoro di Eisenstein come “cagata pazzesca” davanti al visibilio del pubblico di colleghi impiegati (“92 minuti di applausi”) e sottoponendo il dispotico professor Riccardelli a umiliazioni fisiche, al rogo della “copia personale della pellicola” e a mettersi in ginocchio sui ceci.

“Ovviamente La Corazzata Potemkin non è una cagata e non lo era nel 1925. È anzi un film geniale, piacevole, divertente”, spiega il professor Giacomo Manzoli, docente ordinario di Cinema, Fotografia e Tv al Dams di Bologna, e autore del capitolo Perché Inghilterra-Italia non è una partita come tutte le altre (e La corazzata Potëmkin non è una cagata pazzesca), raccolto nel libro Hanno deciso gli episodi (Pendragon). “Il problema per il capolavoro rivoluzionario che nel 1925 metteva fine al cinedramma come oppio dei popoli è che nel Secondo Tragico Fantozzi veniva imposto dall’alto come raffinata opera d’arte e schema borghese perlopiù con formule insopportabili come il ‘montaggio analogico’ ”.

“Straordinario poi come gli impiegati della megaditta si trasformino nei marinai che si ribellano e fanno la rivoluzione nel film – continua Manzoli – E non essendo nella Russia dell’epoca la loro rivolta dura solo tre giorni dopo i quali si ritorna all’ordine costituito. Una terribile nemesi per lo spettatore cinematografico (si sa che chi si occupa di cinema non ama molto il teatro, e viceversa), perché gli impiegati/rivoltosi sono costretti a rigirare ‘ogni sabato pomeriggio fino all’età della pensione’ le scene perdute del capolavoro russo trasformando il cinema in una pantomima teatrale”.