Siederà per la seconda volta sul banco dei testimoni, ripercorrendo di nuovo quei mesi terribili tra il 1992 e 1993, quando l’intero Paese era bersaglio degli attentati mafiosi. A poco più di un anno dalla sua storica deposizione al processo sulla Trattativa Stato mafia, Giorgio Napolitano torna ad essere tra i testi di un procedimento delicatissimo. A fare da sfondo alla seconda testimonianza del capo di Stato emerito è, questa volta, il processo Borsellino Quater, nato dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, che ha ridisegnato le modalità operative della strage di via d’Amelio. Alla sbarra ci sono Salvo Madonia e Vittorio Tutino, imputati per strage, e i falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci, accusati di calunnia. A chiedere la deposizione dell’unico presidente eletto due volte è stato l’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, parte civile nel processo. Il giudice Antonio Balsamo, presidente della corte d’assise di Caltanissetta, ha fissato nel prossimo 14 dicembre la data in cui il teste Napolitano, ora senatore a vita, sarà audito a Palazzo Giustiniani, a Roma, sede dei presidenti della Repubblica emeriti.

E se nell’udienza del 28 ottobre 2014, quando i magistrati di Palermo arrivarono al Quirinale per interrogarlo nella suggestiva Sala Oscura, Napolitano aveva potuto più volte evocato i limiti di riservatezza dovuti alle prerogative del capo dello Stato, questa volta il testimone sarà sentito, appunto, solo come ex presidente della Repubblica. In ogni caso, l’audizione dell’ex leader dei miglioristi è regolata da uno stringente capitolato di prova. Così come era successo al processo Trattativa, Napolitano viene sentito come ex presidente della Camera, poltrona che occupò tra il 1992 e il 1994. In questo senso l’ex presidente risponderà a domande inerenti la “sostituzione dell’on. Vincenzo Scotti con l’on. Nicola Mancino nel ruolo di ministro dell’Interno nel giugno 1992, sull’eventuale ruolo svolto al riguardo dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro”. Il cambio al vertice del Viminale nel primo governo guidato da Giuliano Amato, viene visto dai pm del pool Stato-mafia come un passaggio propedeutico alla Trattativa con Cosa nostra: Mancino, infatti, viene considerato un ministro più “morbido” rispetto all’atteggiamento tenuto da Scotti sul fronte della lotta a Cosa nostra.

Tra le domande che l’avvocato Repici vuole porre all’ex presidente, ci sono anche interrogativi “su quanto da lui appreso in ordine alla trattativa intavolata nella primavera del 1992 dai vertici del Ros con i vertici dell’organizzazione criminale Cosa Nostra per il tramite di Vito Ciancimino” e “sul contrasto che il decreto legge n. 306 dell’8 giugno 1992 incontrò per la sua conversione in legge”: gli incontri tra Mario Mori e Giuseppe De Donno con i Ciancimino sono praticamente la scena madre della Trattativa, mentre il decreto legge dell’8 giugno, altro non è che l’inserimento del regime di 41 bis per i detenuti mafiosi. In origine, nella richiesta della difesa Borsellino, il capitolato di prova prevedeva anche domande “sulle eventuali confidenze riferitegli dall’avv. Nicola Mancino nel corso delle plurime conversazioni telefoniche intercorse tra i due e intercettate dalla Procura della Repubblica di Palermo fra novembre 2011 e aprile 2012”. Passaggio che non è stato avallato dalla giuria, dato che sulle famose quattro telefonate intercettate tra l’utenza di Mancino e il Quirinale è calata la scure della Corte costituzionale, dopo l’ormai celebre conflitto d’attribuzione di poteri sollevato dalla presidenza della Repubblica nell’estate del 2012. La sentenza della Consulta, che aveva ordinato la distruzione di quelle intercettazioni tra Napolitano e Mancino, era poi stata il fulcro dei “limiti di riservatezza” evocati dal presidente Napolitano durante la sua deposizione al processo Trattativa.