Due condanne pesantissime a due “generali” della “brigada”, la mafia rumena attiva a Torino. Un’ulteriore conferma che anche questa è un’associazione a delinquere di stampo mafioso, come la camorra o la ‘ndrangheta. Le hanno decise oggi pomeriggio al palazzo di giustizia torinese i giudici della V sezione penale nei confronti di Vasile Adrian Rudac, 38 anni, e Alexandru “Calu” Nica, 33 anni. I due dovranno scontare 27 anni e mezzo di carcere perché sono stati ritenuti responsabili di estorsioni, lesioni, minacce e altri reati tra i quali spicca il 416bis, in quanto “generali” dell’organizzazione guidata dai capi Viorel Marian Oarza e Eugen Gheorghe Paun, condannati un anno fa col rito abbreviato con pene inferiori.

Stando ai risultati dell’inchiesta, condotta dalla Squadra mobile di Torino e coordinata dai pm della Dda Monica Abbatecola e Paolo Toso, Rudac sarebbe stato il cassiere della “brigada” a cui arrivavano i soldi provenienti dallo sfruttamento della prostituzione, dal lavoro di buttafuori e cantanti imposti nei locali notturni dei connazionali, dalla clonazione di bancomat e carte di credito, dallo spaccio e altre attività illecite. Insieme a Nica, inoltre, sarebbe stato uno dei quattro “generali” coi compiti di coordinare e controllare gli associati, le “frecce”, i “nipoti” e infine gli “sclav”, figure alla base della scala gerarchica ricostruita grazie al contributo di un pentito che ha aiutato gli agenti a fare chiarezza in un mondo “prima ignoto e sotterraneo, circondato da una pesante cortina di segretezza”, come lo definisce il gup Luisa Ferracane nella sentenza dell’anno scorso. La loro “brigada” era un’organizzazione che tra il 2009 e il 2010 aveva affrontato una banda di albanesi a cui cercava di sottrarre il controllo di alcune zone della prostituzione ricorrendo alla violenza. Non solo, i “ragazzi di Oarza” cercavano di imporre il loro controllo pure sui locali notturni con i buttafuori e i cantanti.

I due imputati, assistiti rispettivamente dagli avvocati Enrico Calabrese e Carlo Maria Romeo, avevano deciso di affrontare il dibattimento – in cui vengono ascoltati i testimoni – e non il processo abbreviato, dove la decisione si basa solo sugli atti dell’inchiesta e dove si ottiene una riduzione della pena pari a un terzo. Pensavano di giocarsela e di ottenere condanne più basse, se non addirittura l’assoluzione. Così sono passati davanti ai giudici alcune delle vittime che, in alcuni casi, avrebbero fornito versioni più sfumate sulla capacità intimidatoria della “brigada”. Tuttavia, hanno sottolineato i legali, queste versioni non sarebbero state considerate dalla corte che ha accolto quasi integralmente le richieste di condanna formulate dai pm Abbatecola e Toso. Non hanno neanche ascoltato gli ultimi appelli a loro rivolti in mattinata da Rudac e Nica: “Io mi dissocio da qualsiasi associazione, sia semplice, sia mafiosa”, aveva detto Nica guardando in faccia i magistrati. Rudac invece ha chiesto scusa: “Non c’era un programma criminale e non voglio uscire da mafioso. Se ritenete che questa sia mafia, sappiate che io mi dissocio”. Un appello rimasto inascoltato. “Se ho sbagliato pago…, ma tanto qua è la storia di don Chisciotte contro i mulini a vento”, ha detto il secondo, rinchiuso nella cella di sicurezza, dopo la lettura della sentenza di condanna.

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