“A parte, diciamo, il principio di riservatezza dei colloqui del Presidente, ma vorrei pregare la Corte e voi tutti di comprendere che da un lato io sono tenuto e fermamente convinto che si debbano rispettare le prerogative del capo dello Stato così come sono sancite dalla Costituzione Repubblicana”. Il cenno alle sue prerogative, a quello che può e non può dire, Giorgio Napolitano lo fa quasi subito. L’udienza del processo sulla trattativa Stato-mafia nella Sala del Bronzino al Quirinale è iniziata da poco, e dopo i convenevoli di rito, si è ancora alle battute iniziali. Il pm Vittorio Teresi entra quindi per la prima volta nel vivo capitolato di prova: quella lettera spedita il 18 giugno del 2012, in cui Loris D’Ambrosio confessa al presidente di essersi sentito “utile scriba” di “indicibili accordi”. “Aveste una interlocuzione diretta proprio su questo tema così centrale e così dilaniante, a quanto sembra, per il consigliere D’Ambrosio?” chiede il pm. E anche se non se ne appella formalmente, Napolitano evoca immediatamente le prerogative del capo del capo dello Stato. “Sono – spiega il presidente – come dire, certe volte proprio su una linea sottile, quello che non debbo dire non perché abbia qualcosa da nascondere, ma perché la Costituzione prevede che non lo dica, e quello che intendo dire per facilitare il più possibile un processo di chiarificazione”.

Il comunicato stampa e l’evocazione delle prerogative
“Il capo dello Stato ha risposto alle domande senza opporre limiti di riservatezza connessi alle sue prerogative costituzionali né obiezioni riguardo alla stretta pertinenza ai capitoli di prova ammessi dalla Corte stessa” recitava un comunicato stampa dal Colle, pochi minuti dopo che Giorgio Napolitano aveva finito di deporre. Eppure, nelle 86 pagine del verbale di trascrizione, Napolitano la evoca più volte quella sentenza della Corte costituzionale che nel dicembre del 2012 stabiliva le prerogative di segretezza del capo dello Stato, ordinando la distruzione delle intercettazioni con l’ex presidente del Senato Nicola Mancino. Una sentenza che Napolitano spiega di aver particolarmente apprezzato.

In 86 pagine del verbale di trascrizione della sua deposizione, Napolitano evoca più volte la sentenza della Consulta che stabiliva le prerogative di segretezza del capo dello Stato

“Ho voluto pubblicare questi testi – dice il presidente riferendosi sempre alla lettera di D’Ambrosio – perché, diciamo, è mia linea di condotta il rispettare rigorosamente tutte le regole che sono poste a presidio dell’esercizio da parte del Presidente della Repubblica delle sue prerogative, quindi rispettare tutti i vincoli di riservatezza che da ultimo sono stati anche molto efficacemente ricapitolati e puntualizzati nella sentenza 1/2013 della Corte Costituzionale”. Lungo la sua deposizione il presidente non mancherà di tornare ad evocare la sua riservatezza, a cui ha diritto nei colloqui con i suoi collaboratori. Accade per esempio quando tocca all’avvocato del comune di Palermo Giovanni Airò Farulla effettuare il contro esame del testimone. “Il Presidente Napolitano ha chiaramente detto che non entrò nel merito della lettera, ossia delle frasi del contenuto della lettera. Quello che non si è compreso, per quello che ne è seguito nella carenza delle risposte, è se comunque di qualcosa si parlò al di là di consegnare la lettera di risposta” chiede il legale riferendosi sempre alla lettera di D’Ambrosio. “Anche se io – dice Napolitano – sono legato ad un principio che è quello della riservatezza dei colloqui con i miei Consiglieri e in generale dei colloqui che io tengo nell’esercizio delle mie funzioni, non voglio opporre questo diniego per riservatezza, ma la domanda è talmente, come dire, di facile comprendonio”.

“Sono come dire, certe volte proprio su una linea sottile, quello che non debbo dire non perché abbia qualcosa da nascondere, ma perché la Costituzione prevede che non lo dica”

Loris D’Ambrosio “scosso e amareggiato”
Sempre rispondendo all’avvocato Airò Farulla, il presidente riassume il colloquio con il suo consigliere. “È venuto da me il dottor D’Ambrosio, e certo che abbiamo parlato perché se era soltanto questione di consegnargli una lettera gliela facevo avere. Abbiamo parlato di quello che lui era stato vittima, la sua lettera di dimissioni indicava, lei forse ricorda, era amareggiato, esprimeva stati d’animo e giudizi, sono tre pagine, e abbiamo parlato un po’ di quelle cose lì senza naturalmente che io lo sottoponessi ad un interrogatorio. Abbiamo discusso di come lui dovesse ritrovare serenità e fiducia restando al mio fianco come Consigliere per gli Affari di Giustizia”. Mentre viene interrogato dall’accusa, invece, Napolitano sottolinea che nella lettera del suo consigliere “c’era un dato di vera e propria esasperazione. Era un uomo profondamente scosso e amareggiato perché vedeva mettere in dubbio la sua lealtà di servitore dello Stato”. Per il capo dello Stato l’obbiettivo di D’Ambrosio, con quella missiva, era quello di “dimettersi e però sapendo che ormai era dentro un certo tipo di movimento di opinione, chiamiamolo così, o comunque di campagna giornalistica che lo stava ferendo a morte”.

Le stragi “un ricatto per destabilizzare tutto il sistema”
“Un ricatto o addirittura pressione a scopo destabilizzante di tutto il sistema”. Così Napolitano definisce le stragi del 1992/93:come dire che all’epoca, quando era presidente della Camera, le più alte cariche dello Stato avevano già messo in collegamento i vari episodi stragisti “Per mettere i pubblici poteri di fronte a degli aut – aut, perché questi aut – aut potessero avere per sbocco una richiesta di alleggerimento delle misure soprattutto di custodia in carcere dei mafiosi o potessero avere per sbocco la destabilizzazione politico – istituzionale del paese e naturalmente era ed è materia opinabile”. In pratica il presidente conferma implicitamente la ricostruzione della procura: le bombe del 1993 servono ad ottenere benefici carcerari per i mafiosi. Che arriveranno nel novembre del 1993, quando il guardasigilli Giovanni Conso lascerà scadere oltre trecento provvedimenti di carcere duro.

Le stragi? Per mettere i pubblici poteri di fronte a degli aut – aut, perché questi aut – aut potessero avere per sbocco una richiesta di alleggerimento delle misure

L’allarme “colpo di Stato” e le “competenze del governo”
Il black out che colpì palazzo Chigi? “Poteva considerarsi un classico ingrediente di colpo di stato anche del tipo verificatosi in altri paesi lontani dal nostro, questo tentativo di isolare diciamo il cervello operante delle forze dello Stato” ha spiegato il Presidente. Il riferimento e su quanto denunciato dall’allora presidente del consiglio Carlo Azeglio Ciampi, che denunciò un azzeramento delle comunicazioni la notte del 28 luglio, quando due ordigni esplodono davanti le chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio in Velabro a Roma. Ciampi, a sentire Napolitano, confidò quel timore per il colpo di Stato al “Presidente della Repubblica Scalfaro. Poi noi Presidenti delle Camere, io della Camera dei Deputati e Spadolini del Senato della Repubblica, sicuramente scambiammo opinioni, ma il da farsi era competenza esclusiva del Governo, come dire. Il Parlamento poteva essere il luogo di dibattito, di interpretazione dei fatti e anche di convalida di decisioni del Governo, ma diciamo il fulcro della responsabilità era senza alcun dubbio il Governo e non a caso il black out l’avevano fatto i presunti eversori, l’avevano fatto a Palazzo Chigi o non a Palazzo Montecitorio, né a Palazzo Madama”.

“Poteva considerarsi un classico ingrediente di colpo di stato anche del tipo verificatosi in altri paesi lontani dal nostro, questo tentativo di isolare diciamo il cervello operante delle forze dello Stato”

Le domande cassate al pm e all’avvocato di Riina
Sono almeno un paio i casi più eclatanti in cui domande poste al capo dello Stato vengono cassate dalla presidente Montalto. Il primo, e forse quello più importante, è quando il pm Nino Di Matteo tocca l’argomento della mancata proroga dei provvedimenti di carcere duro per detenuti mafiosi nel novembre 1993. “Presidente – dice Di Matteo – venne allora a conoscenza del fatto che a partire dal 1 novembre 93 non venne prorogato il regime del 41 bis per oltre 330 detenuti”. Montalto interviene subito: “Non credo che le conoscenze comunque del Presidente della Camera possano essere rilevanti su questo. Pubblico Ministero, vediamo di specificare meglio la domanda”. Di Matteo desiste: “ No, no, la domanda era questa, se non è ammessa la ritiro”. Alla fine dell’udienza anche l’avvocato Luca Cianferoni, il legale di Totò Riina, si vede cassare alcuni suoi interrogativi. “Siamo nel periodo tra l’estate e l’inverno, cioè agosto – dicembre del 93. Il presidente Scalfaro ricorda se sentii il bisogno di fare un discorso a televisioni riunite sul problema del ‘non ci sto’?” chiede l’avvocato a Napolitano, ma anche lì Montalto interviene subito. “Problema che evidentemente riguarda tutt’altri temi, Avvocato, vada avanti con la domanda, faccia altra domanda”.

Io sono dominus, comunque credo di avere bisogno al massimo di dieci minuti”

Il “dominus” Napolitano dà dieci minuti di pausa
Tra gli avvocati che intervengono in sede di contro esame anche Basilio Milio, legale di Mario Mori e Antonio Subranni. “Solo per rappresentare che il rispetto istituzionale del Presidente della Repubblica e della persona del Capo dello Stato induce la difesa del Generale Mori e del Generale Subranni a non porre alcuna domanda al Presidente, Grazie” dice il legale.Prima di passare dall’esame dei pm, al contro esame degli avvocati, il presidente della corte Montalto, chiede al capo dello Stato se ha bisogno o meno di una pausa. “Se lei desidera noi continuiamo, se desidera sospendere possiamo” dice Montalto. “Cinque minuti di sospensione” risponde Napolitano, mentre il giudice rilancia “Anche di più, perché ci rendiamo conto… Come preferisce lei, lei è il dominus e noi ci atteniamo alle sue indicazioni”. A quel punto il capo dello Stato chiosa: “Io sono dominus, comunque credo di avere bisogno al massimo di dieci minuti”.