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La devastante esecuzione di Rokhshana, la giovane diciannovenne lapidata in una buca scavata in un terreno afgano, porta automaticamente a pensare a tutte le aberranti violenze che vengono perpetrate da esseri umani verso altri esseri viventi, una sorta di malvagità universale che sembra il prezzo da pagare all’evoluzione umana (mentre scrivo sono appena successi i fatti tragici di Parigi).

La parola “sadismo” esprime il piacere che una persona prova nell’infliggere sofferenza ad un altro essere vivente, mentre con “crudeltà” s’intende l’indifferenza alla sofferenza dell’altro, una sorta di malattia dei neuroni specchio che, si dice, dovrebbero sviluppare l’empatia.

La complessità della neocorteccia, con la sua capacità di creare miti e ideologie, in grado di innalzare il libero arbitrio a mete sofisticate, può mettere in scacco un meccanismo automatico, il disgusto per il male, che, alla stregua del rifiuto per un cibo guasto, dovrebbe preservare la persona e la specie da ciò che può essere nocivo. Negli animali le leggi di natura funzionano meglio, vi può essere aggressività, ma non sadismo e crudeltà.

A volte il sadismo viene esercitato nei confronti di persone in qualche modo consenzienti, come ad esempio nei rapporti sadomasochisti, e allora diventa un gioco, per quanto malato e non libero, almeno condiviso, altre volte colpisce soggetti non in grado di difendersi, per una maggiore debolezza fisica, mentale o sociale, in questi casi si tratta di un vero e proprio abuso. Cosa spinga una singola persona all’indifferenza verso il male, alla limitazione della compassione e della pietà, non è facile da comprendere fino in fondo. Sadismo e crudeltà possono essere azioni individuali, ma spesso questi atteggiamenti divengono contagiosi, si sviluppano in gruppi, anche molto estesi e sono sostenuti da una ideologia aberrante e paranoica, che fa sentire i portatori del “bene” in diritto di infliggere pene e punizioni a chi viene, per qualche motivo, considerato deviante. Credo che questo spinga André Glucksmann a scrivere una delle frasi che mi sono rimaste più impresse: “Soltanto l’audacia di non pensare più al Bene può consentirci di pensare male del Male”.

Chi si sente portatore di qualche forma di bene assoluto, nell’amore, nella giustizia, nella religione, si sente non solo autorizzato, ma in dovere di sacrificare gli altri e spesso se stesso per un valore a cui fanaticamente crede. Ciò comporta che una critica dall’esterno sia molto più facile della possibilità di ribellarsi o dissociarsi dall’interno, tanto da non poter mai essere sicuri di sapere cosa noi stessi avremmo potuto fare partendo da una storia diversa dalla nostra. Questa considerazione, tuttavia, non deve essere intesa come giustificazione o buonismo, bisogna prevenire gli atti efferati e le ideologie integraliste, ma se, finite le strategie di negoziazione, si arriva alla necessità di una difesa, repressiva o violenta, che almeno non ci provochi piacere.