I tempi sono bui. La verità sembra essere stata espulsa dal mondo, per far prosperare al suo posto la menzogna, che contamina ormai l’attuale società umana. Siamo precipitati in un’era, nella quale il successo arride ai bugiardi compulsivi, i quali sanno di mentire e noi sappiamo che stanno mentendo, ma che continuano a mentire anche se hanno davanti la più nuda verità e continueranno a farlo anche dopo che la verità gli sarà esplosa in faccia. Nessuno può sentirsi più al sicuro dai severi custodi della menzogna, neppure il ricercatore più attento e scrupoloso, che elabori i risultati delle sue investigazioni secondo la logica più raffinata.

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Si comprenderà, dunque, la mia titubanza ad esternare una delle tante riflessioni suggerite dalle recenti “celebrazioni” del quarantennale della morte di Pier Paolo Pasolini. Trova, infatti, ancora un certo credito la tesi che ad assassinarlo, sia stato un ragazzo diciassettenne, il quale, dopo averlo atterrato a colpi di bastone e con un calcio allo scroto, impossessatosi della sua automobile, era passato più volte sul suo corpo. Tesi di comodo, che, per un verso, impedisce ancora oggi, insieme alla rappresentazione della morte di Pier Paolo Pasolini alla stregua di un ineluttabile destino che soffonde l’intera sua vita di un alone di martirio, allo stesso modo che per altri artisti e scrittori omosessuali assassinati, di avere una visione obiettiva di quel disgraziato evento e consente, per l’altro, di liquidare sia l’ipotesi del “complotto dei «fascisti»”, come una “fantasticheria cui diede voce per prima la Fallaci che aveva orecchiato qualcosa dal parrucchiere”; sia, più in generale, come semplicemente inutile, ogni indagine su un diverso movente e sugli eventuali mandanti di quell’assassinio.

In un saggio in corso di pubblicazione sulla Rivista di Storia, Antropologia e Scienze del Linguaggio, proprio a proposito della morte di Pier Paolo Pasolini, mi sono chiesto se di verità si possa anche morire. E la risposta che mi sono dato è stata affermativa. Ma altra è l’ulteriore domanda a cui si dovrebbe rispondere: per quale verità Pasolini potrebbe essere stato ucciso? Due le possibili ipotesi, fra loro, del resto, intimamente connesse: innanzitutto, quella sugli attentati che insanguinavano l’Italia e sulla corruzione della Democrazia cristiana, tanto ch’egli reclamava un “processo” a carico di ministri e politici; ma anche quella sulla morte di Enrico Mattei, momento culminante, almeno nel romanzo incompiuto Petrolio, di un complotto alla cui testa riteneva si collocasse Eugenio Cefis, personaggio dissimulato sotto il nome di Troya.

Presidente dell’Eni nella seconda metà degli anni Sessanta e quindi a capo della Montedison dal maggio 1971, questi aveva usato la preminente posizione in campo economico e finanziario, delegatagli dai politici, per organizzare un centro di potere che si avvaleva, in maniera sempre più aggressiva, delle disponibilità del gruppo da lui gestito per annettere a sé uomini, gruppi e mezzi nei diversi settori della vita nazionale. Il “sistema” da lui posto in essere era divenuto progressivamente un vero e proprio potentato, che sfruttando le risorse imprenditoriali pubbliche condizionava pesantemente la stampa, usava illecitamente i servizi segreti dello Stato a scopo d’informazione, praticava l’intimidazione e il ricatto, compiva manovre finanziarie spregiudicate oltre i limiti della legalità, corrompeva politici, stabiliva alleanze con ministri, partiti e correnti.

Il “sistema Cefis” cominciò a declinare, come tale, dalla metà degli anni Settanta fino all’uscita di scena del suo organizzatore nel 1977. Allo stesso tempo, si andava sviluppando il “sistema P2”. In un campo così complesso, come quello dell’organizzazione del potere, nulla avviene automaticamente o per meccanica eredità, è un fatto, però, che, a prescindere dalle coincidenze di uomini, che pure si potrebbero indicare in abbondanza, vi sono fra i due “sistemi” elementi di continuità e non pochi sono i punti di contatto tra le due fasi della vita politica italiana, nelle quali hanno avuto un peso rilevante raggruppamenti palesi ed occulti operanti nell’illegalità.

Contrariamente a quanto afferma la relazione Anselmi, votata a maggioranza a conclusione dell’attività della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, questa Loggia, da allora, non sarebbe più stata, per dirla con Massimo Teodori, “un’organizzazione per delinquere esterna ai partiti ma interna alla classe dirigente”, e la sua posta in gioco sarebbe stato “il potere e il suo esercizio illegittimo e occulto con l’uso di ricatti, di rapine su larga scala, di attività eversive e di giganteschi imbrogli finanziari fino al ricorso alla eliminazione fisica”.

Forse, sarà stato un caso che Pier Paolo Pasolini abbia trovato la morte proprio sul finire del 1975. Non si può trascurare il fatto, però, ch’egli avesse affermato di sapere i nomi dei responsabili della “serie di «golpe» istituitasi a sistema di protezione del potere”, col suo orrendo corredo di stragi e attentati alle istituzioni, in combutta con servizi segreti stranieri, vecchi generali, “per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato”, vecchi fascisti “ideatori di golpe”, giovani neo-fascisti “autori materiali delle prime stragi”, “«ignoti» autori materiali delle stragi più recenti, criminali mafiosi e comuni. Certo, aveva anche affermato di sapere senza averne le prove, ma aveva spiegato di sapere perché era un intellettuale, i cui strumenti del mestiere sono il “cerca(re) di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace”, ed altresì il “…coordina(re) fatti anche lontani, …rimette(re) insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, …ristabili(re) la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.

Certamente, non fu casuale, invece, l’uccisione, il 10 luglio 1976, del pubblico ministero romano Vittorio Occorsio, per mano di un commando fascista guidato da Pierluigi Concutelli di Ordine Nero. Il magistrato assassinato, il quale indagava sui rapporti fra terrorismo fascista e massoneria, era stato il primo inquirente a intuire che poteva essere quest’ultima a tirare le fila del terrorismo, utilizzando, a seconda delle contingenze, sia rossi sia neri. E il giorno prima di essere ucciso,  parlando con un giornalista, aveva fatto notare che il totale della cifra pagata per i riscatti dei rapimenti per cui era stato arrestato Albert Bergamelli, i sequestri dei figli di Umberto Ortolani, Alfredo Danesi e Giovanni Bulgari, tutti e tre iscritti alla P2, corrispondeva esattamente alla cifra spesa per l’acquisto della sede dell’Organizzazione Mondiale del Pensiero e dell’Assistenza Massonica (Ompam), una superloggia internazionale con sede a Montecarlo, fondata nella primavera del 1975, da Licio Gelli.