Dario ed Andrea stanno insieme da quasi trent’anni e condividono ogni aspetto della loro vita, dal punto di vista materiale e morale. «Siamo così “fusi” insieme che abbiamo avuto il desiderio naturale, come la maggior parte delle coppie, di dare una continuità al nostro amore, allargando la nostra famiglia». Sarò brutale, confesso loro, e gli chiedo quanto hanno pagato per i loro tre figli (un maschio e due bambine). Quasi mi sembra di sporcare la loro quotidianità, ma Andrea non si scompone. «Noi non abbiamo “affittato” alcun utero, rifiutiamo totalmente questa definizione». In Canada, mi spiega, il Paese in cui hanno fatto nascere i loro bambini, la surrogacy è solo altruistica. La remunerazione delle donne coinvolte, in altri termini, è vietata. È previsto invece il pagamento delle spese relative alla procedura di fertilizzazione. «I costi di creazione degli embrioni sono elevati, ma non molto diversi, credo, da quelli da sostenere in Spagna o in un altro paese europeo».

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La legge, nel paese nord-americano, è molto severa e prevede che tutte le persone coinvolte passino una valutazione psicologica, medica e legale. La portatrice, colei che porta avanti la gravidanza, non deve essere in alcun modo collegata biologicamente con il bambino che avrà in grembo (il corredo genetico femminile è donato da una donna differente), deve avere già figli propri e deve essere economicamente indipendente. Dopo la nascita, il bambino è dato in custodia ai genitori che vengono dichiarati tali solo dopo che il tribunale ha appurato la correttezza dell’intero processo, passando anche per il test del Dna. Nessuna compravendita, quindi, ma un procedimento rigoroso, distante anni luce dalla narrazione che hanno fatto le frange omofobe della genitorialità di gay e lesbiche.

Piaccia o meno, l’omogenitorialità è una realtà in Italia. Alcuni politici la usano strumentalmente, per scagliarsi contro il ddl Cirinnà, che aprirebbe al cosiddetto “utero in affitto” (dicitura infamante per indicare la gestazione per altri). E ciò è falso. Migliaia di gay e lesbiche hanno già prole, frutto di matrimoni precedenti o nati per scelta della coppia. Andando in Canada, per esempio. Eppure, pur di rendere le unioni omosessuali diverse dalle altre famiglie, si mette in discussione la stepchild adoption, ovvero il riconoscimento del genitore non biologico. Per tale ragione Famiglie Arcobaleno, l’associazione di genitori omosessuali, ha lanciato la campagna #figlisenzadiritti, che «nasce per riportare al centro del dibattito politico di questi giorni la cosa per noi più importante, cioè i nostri figli» dichiara la presidente Marilena Grassadonia. «Pretendiamo che i nostri bambini abbiano gli stessi diritti di tutti gli altri e cioè avere legalmente riconosciuti entrambi i genitori; quegli stessi genitori che li hanno desiderati e che li crescono ogni giorno con amore e responsabilità». La campagna è rivolta a Matteo Renzi, troppo timido in merito, perché come capo del governo e segretario del partito di maggioranza di questo Paese si assuma la responsabilità politica di una scelta che andrà a condizionare la quotidianità delle famiglie omogenitoriali e la serenità dei loro figli. «La campagna» continua Grassadonia «vuole inoltre sensibilizzare la società civile e spronarla ad essere al fianco in questa battaglia di civiltà».

La politica ha le sue responsabilità. «La prima si basa sull’omofobia diffusa, che ritiene che gay e lesbiche non possano essere dei buoni genitori, quando ci sono centinaia di ricerche scientifiche che dimostrano il contrario. La seconda è quella di inseguire ideologie e teorie discriminatorie, quando ci sono bambini, cittadini di questo paese, che hanno il diritto ad essere tutelati. La terza è che i nostri politici dimenticano spesso di essere in uno Stato laico», ricorda ancora la presidente di Famiglie Arcobaleno. A questo proposito, va ricordato che i cattolici dentro il Pd (tra cui Emma Fattorini), insieme alle forze più retrive del nostro Paese (capitanate dal partito di Alfano), vorrebbero creare un ddl per rendere fuori legge le famiglie omogenitoriali che ricorrono alla surrogacy.

«I percorsi fatti all’estero dai nostri papà, sono fatti nel massimo rispetto delle leggi di quei Paesi e di tutte le persone coinvolte. Il rispetto e l’autodeterminazione della donna sono fondamentali. Le famiglie arcobaleno un crimine? Lo dicano guardando negli occhi i nostri figli e poi ne riparliamo!» Grassadonia è categorica su questo punto. Sul quale concordano anche Dario e Andrea. «È molto triste sapere che ci considerino criminali. Ovviamente non lo siamo e non ci sentiamo tali, perché non è certo un delitto dare la vita ad un essere umano che senza noi non esisterebbe. Coloro che hanno partecipato alla nostra meravigliosa avventura sono state persone felici di farlo. Carrie-Lynn, la donna che ha fatto nascere i nostri figli e verso cui saremo debitori per tutta la vita, ha tatuato “sempre famiglia”: credo sia il segno più eloquente della lontananza di questo fantastico viaggio dal concetto di crimine».

Perché la verità è semplice, nella sua ovvietà: la scelta di Dario e Andrea e quella di Marilena e la sua compagna hanno determinato l’esistenza dei loro figli. Di altri esseri umani. Chi è contro tali scelte, dice più o meno implicitamente che quei bambini non avevano il diritto di nascere. E forse, a ben vedere, il vero crimine – fosse anche solo a livello intellettuale – è proprio questo.