Il Papa tenta di aprire il mondo ai diritti dei gay, mentre lo Stato italiano è tra gli ultimi a riconoscerli. Il paradosso di stringente attualtà che imperversa tra le due sponde del Tevere colpisce Ellen Page, attrice orgogliosamente lesbica, approdata oggi alla Festa del Cinema di Roma per accompagnare il film Freeheld, da lei intepretato e prodotto. “E’ fantastico questo Papa, speriamo continui! Quanto all’Italia, spero il vostro Parlamento si renda conto che i cambiamenti sono inevitabili. L’America è andata molto avanti in questa direzione e ciò che è successo da noi è incredibile. Io credo che in termini di uguaglianza nei diritti umani e civili la possibilità di amarsi e vivere liberamente sia una conquista basilare e serve vivere e vincere questa battaglia. Spero voi italiani riuscitae a vincerla, perchè l’intollerenza equivale alla morte”.

Parole forti quelle della 26enne attrice canadese, esplosa all’attenzione mondiale nel piccolo gioiello Juno (2006), che nel febbraio 2014 ha fatto coraggiosamente il suo coming-out in diretta tv. Un gesto che ricorda in quanto “fondamentale per me e per aiutare la comunità LGBT, perchè tenersi tutto dentro danneggia la crescita di una persona, in ogni senso”. Freeheld, per la regia di Peter Sollet, la sceneggiatura di Ron Nyswaner (Philadelphia) e in uscita italiana il prossimo 5 novembre, s’ispira alla storia vera della poliziotta Laurel Hester che, malata terminale di cancro, combattè nel 2005 per ottenere la reversibilità della pensione alla sua compagna Stacie Andree. Se ad interpretare la detective Hester è la sempre perfetta Julianne Moore, nei panni della giovane Stacie è appunto la Page, che sette anni fa aveva visto un cortometraggio documentario vincitore dell’Oscar con la Hester ancora viva durante i suoi ultimi giorni di battaglia.

Laurel e Stacie – “che ho incontrato e molto ci ha aiutato nel ricomporre la loro storia” aggiunge Ellen Page – dovettero affrontare gli ostacoli dei cinque funzionari della contea del New Jersey, i cosiddetti “Freeholders of the Ocean County“, cariche speciali del New Jersey che hanno l’autorità di deliberare in merito alle proprietà e alle finanze dei cittadini. Nonostante la legge federale di quello Stato validasse le unioni di fatto, questi si opposero drasticamente nel concedere alla morente Hester di fare della sua compagna la propria erede. La lotta – che ebbe successo – della comunità a favore della detective coinvolse alcuni attivisti LGBT di religione ebraica e, grazie all’intervento del collega di Laurel Dane Wells, anche la polizia locale.

Se l’importanza del film nel dibattito contemporaneo è di ovvia importanza, la sua resa cinematografica purtroppo è modesta, non sfuggendo alla narrazione di facile ricatto emotivo, costruita sui tipici clichè del melò attivista. Riuscito, invece, è l’altro titolo di punta della terza giornata: Mistress America di Noah Baumbach con la sua compagna professionale e nella vita Greta Gerwig. Scritto e diretto con la solita arguzia che gli sono valsi la nomea di novello Woody Allen (confronti col genio permettendo..), il film offre un intelligente e divertente ritratto della giovane middle class newyorkese attraverso il rapporto tra due giovani donne che stanno per diventare sorellastre. Forse non ha la perfezione del precedente Frances-ha, ma Mistress America è la piacevole conferma del talento della coppia Baumbach-Gerwig.