E’ una nenia che cantano in coro. Matteo Renzi: “Il gruppo di Verdini ha già votato le riforme al primo giro. Mi stupirei del contrario”. Maria Elena Boschi: “Non capisco l’ossessione per Ala: sono senatori che un anno fa hanno votato la riforma con Forza Italia e oggi la votano di nuovo”. Denis Verdini, tra una canzoncina e l’altra, ribadisce: “Questi voti sono sempre stati dati con coerenza dall’inizio del patto del Nazareno”. Ma non è vero. I verdiniani sono 13 e solo 5 di loro, l’8 agosto 2014, quando il Senato dette il primo ok alla riforma, votarono sì: Verdini, certo, come protettore del sacro Patto, e insieme a lui Lucio Barani, Francesco Amoruso, Domenico Auricchio, Pietro Langella. Gli altri invece non c’erano, non parteciparono al voto così come fecero tutte le opposizioni, dal M5s alla Lega fino a Sel. Vuoi perché assenti casuali (come Riccardo Conti e Riccardo Mazzoni, che pure hanno sempre sostenuto il ddl), vuoi perché dissidenti dichiarati, ostili all’accordo con il Pd, come Ciro Falanga, Vincenzo D’Anna, Eva Longo. “Qui – disse il senatore Antonio Scavone nella sua dichiarazione di voto prima di uscire dall’Aula – si sta mettendo mano al sistema dei rapporti tra organi di governo ed organi di garanzia, presidente della Repubblica e Corte costituzionale in primo luogo; si ridisegna in maniera accentratrice, eppure confusa, il sistema delle autonomie. Tutto questo nel silenzio delle ripercussioni che ciò potrà comportare. Quanti canguri, cavilli regolamentari, applicazioni analogiche di deliberati e precedenti buoni per ogni occasione hanno impedito che il testo si arricchisse dei molti, ottimi contributi proposti dalle opposizioni”. Oggi, lui e gli altri, con i loro voti, blinderanno la riforma del Senato al posto, forse, di un pezzo di Pd.

Vincenzo D’Anna
D'AnnaDi Santa Maria a Vico (Caserta), 64 anni, biologo, da 8 anni presidente della Federlab, che riunisce centinaia di laboratori di analisi d’Italia. Ilfatto.it ha raccontato più volte la sua storia e il suo presente. Ex democristiano, ha fatto il sindaco del suo paese. Segue Berlusconi in Forza Italia e poi nel Pdl. Diventa deputato per la prima volta dal 2010, poi senatore dal 2013. Sostenitore di Forza Campania, la corrente che faceva capo a Nicola Cosentino (poi arrestato e accusato di fiancheggiare il clan dei Casalesi). Di Cosentino si dice amico. Con una lista civica ha sostenuto la candidatura di Vincenzo De Luca (Pd) alla presidenza della Regione Campania. Un anno fa si batteva con tutte le sue energie contro il Patto del Nazareno: per questo Berlusconi lo mandò anche a quel Paese. Al governo che presentava il disegno di legge sulle riforme, si rivolse così (23 luglio 2014): “Se questo l’avesse proposto Silvio Berlusconi, molti di questi insofferenti sarebbero lì con le mutande arancioni o con le mutande viola, con i grillini a rompere le scatole”. Oratore spassosissimo, a volte aulico e a volte pecoreccio, spesso al centro della caciara del Senato, da ultimo si è reso noto – à la Genny ‘a carogna – per aver indicato con precisione le proprie parti intime ai colleghi delle opposizioni che stavano protestando a loro volta per la fellatio mimata dal compagno di banco Lucio Barani.

Giuseppe Ruvolo
Di Ribera (Agrigento), 64 anni, impiegato dell’Enel. Centro che più centro non si può. Ex sindacalista Cisl, seguì come la luce nell’oscurità il suo leader Sergio D’Antoni: nel 2001 fu l’unicogiuseppe ruvolo parlamentare eletto per Democrazia Europea, poi sciolta nell’Udc. Da qui uscì e si agganciò a Saverio Romano. Alla fine trovò casa e pace nel Pdl. Nel maggio 2003, quando Andreotti venne assolto dal reato di associazione mafiosa, mise a verbale: “La giustizia ha trionfato, è la conferma che è stato un grande statista” (ma Andreotti fu assolto, in parte, per prescrizione). Nell’ottobre 2007 ci riprovò: “Non posso non far notare come Cuffaro, con la sua attività quotidiana, abbia sempre combattuto concretamente la mafia” (ma Cuffaro fu poi condannato per favoreggiamento a Cosa Nostra). Come D’Anna, partecipò alla grande avventura dei Responsabili, quelli capeggiati da Razzi, Scilipoti, Villari. Il 4 maggio 2011 R. chiese l’azzeramento della giunta al sindaco del suo paese: era suo nipote, che non gli dette retta. E’ poeta: nel novembre 2013, quando si consumò la scissione tra Forza Italia e Ncd, paragonò Angelino Alfano a un uccellino. “In natura – disse – un piccolo pennuto non abbandona mai il proprio nido prima di aver imparato a volare”. Lui invece pare svolazzare con padronanza. Sulle riforme aveva detto: “Una Camera sola può andare bene, però se il Senato diventa solo un dopolavoro, svuotato di tutte le funzioni, sarebbe stato più utile abolirlo”. L’altra volta, formalmente, era in missione, e non votò la riforma.

Antonio Fabio Maria Scavone
scavoneDi Catania, 59 anni, medico, eletto nelle liste del Pdl in quota Movimento per le Autonomie (i “sicilianisti” dell’ex presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo). Ex primario dell’ospedale di Catania, ex direttore generale dell’Asl della città. E’ stato deputato della Dc, ma è passato anche per: Partito Popolare (1994), Ccd (fine Novanta), Udc (in quota Lombardo) e Mpa (ri-Lombardo). E’ stato condannato dalla Corte dei conti a risarcire danni erariali per 371mila euro per consulenze esterne per l’Asl ritenute superflue. E’ tra gli imputati del processo per la procedura che, per l’accusa, ha portato ad affidare senza gara l’informatizzazione di una struttura Asl di Giarre alla Solsamb, guidata da Melchiorre Fidelbo, marito della senatrice del Pd Anna Finocchiaro. Scavone è stato considerato vicino all’ex ministro Saverio Romano, che poche settimane fa, quando è nato il gruppo Ala, ha aperto le orecchie degli “amici di Forza Italia” perché usassero “cautela parlando di Denis Verdini. Egli è galantuomo, conosce la loro biografia e mantiene riserbo”. Durante la dichiarazione di voto al Senato per l’ok in prima lettura della riforma del Senato, prese la parola in Aula e espose la sua dichiarazione di voto contraria: “La maggioranza ha sempre i numeri per vincere, e li ha in ogni circostanza, ma provo un grande senso di amarezza nel pensare che questa riforma sia il frutto della forza della maggioranza in ordine ai tempi e alle procedure, così come ai contenuti”.

Giuseppe Compagnone
Di Grammichele (Catania), 58 anni, medico. E’ stato sindaco della sua città natale. Eletto nel Pdl che ospitava gli esponenti del Movimento per le Autonomie (Lombardo), poi si è quasi compagnonesubito iscritto al Gal, Grandi autonomie e Libertà, un gruppo frittatona dove la parola “libertà” non è mai stata casuale. Nel corso del tempo Gal ha raccolto ogni tipo di fuoriuscito, ex, pentito, scappato di casa, espulso, reietto, c’è perfino Tremonti. E così a ogni votazione è un carnevale: ciascuno dei componenti vota un po’ come gli pare. Eppure Compagnone ebbe a definirla “una posizione non tattica, ma politica”, come se si trattasse il “casino organizzato” di Eugenio Fascetti. In ogni caso, fa bene di conto: era tesoriere del Gal e lo è rimasto in Ala. Nel 2014, durante il dibattito sulle riforme, aveva lanciato un vibrante appello al governo: “Renzi si fermi e ascolti l’Aula”. Renzi non si è fermato, non ha ascoltato nessuno, ma oggi avrà il voto di Compagnone.

Ciro Falanga
Senato. Voto sul Decreto Legge AnticorruzioneDi Torre del Greco, 64 anni, avvocato. Basculante, nel corso degli anni: da destra a sinistra, da sinistra a destra. Eletto per la prima volta nel 2001 nella lista civetta Abolizione Scorporo (centrodestra), nel 2005 – a ridosso delle elezioni – abbandona Forza Italia e aderisce ai Repubblicani Europei, uno dei 13 partiti che formano l’Unione di Prodi. Poi gira il mondo gira, salta un turno per non dare nell’occhio e viene rieletto nel 2013 con il Pdl, è pure lui cosentiniano, sostenitore di Forza Campania, ma ormai disilluso. Difese Berlusconi senza risparmiarsi prima del voto sulla decadenza: “Si vuole abbattere un uomo solo perché è amato da milioni di italiani”. Quando da Forza Italia cominciarono a buttarsi di sotto con le scialuppe, al grido di “si salvi chi può” si lanciò da Cosentino sul carro di Fitto e da qui tra le braccia di Verdini, verso l’infinito e oltre. “Io seguo le idee, non gli uomini” è riuscito a dire. Qualsiasi appello contro il patto del Nazareno l’ha firmato. Sulle riforme ha sempre votato alla rovescia di Forza Italia, qualcuno ha perfino usato la parola “dissidenti”. Sul ddl anticorruzione sostenne il teorema secondo il quale aumentare le pene provoca un aumento delle mazzette. Nell’aprile 2014 la riforma del Senato non gli piaceva: “Non realizza affatto l’intendimento del taglio della spesa pubblica, ma, di contro, elimina il doppio controllo nell’iter legislativo”.

Eva Longo
Di Pellezzano (provincia di Salerno), 66 anni, insegnante. Ex sindaco del suo paese, ex consigliere regionale nel Pdl, è stata anche indagata nell’inchiesta sui rimborsi ai partiti (non c’è notizia Senato - comunicazioni del presidente del Consiglio Matteo Renzidi una sua archiviazione). Come Falanga è rimasta fittiana per due mesi, dal maggio al luglio scorso. Quando non partecipò al primo voto al Senato sulle riforme era definita “frondista dichiarata”. Nel 2014 firmò un appello dei parlamentari di opposizione che tra l’altro denunciava che “non si possono decidere le regole di convivenza, violando sistematicamente le regole parlamentari. Da un orrore istituzionale non può nascere una Costituzione”. Il 14 luglio 2014, forse rapita dallo spirito dell’anniversario della presa della Bastiglia, la Longo affermò: “Il nostro partito (Forza Italia, ndr) deve tornare ad essere competitivo. Basta sudditanza nei confronti di Matteo Renzi. Questa passività non va bene, nuoce alla nostra causa”. Ma Eva Longo è stata la prima renziana dei berlusconiani: con un sorriso smagliante, si fece fotografare – dal forzista Domenico De Siano e dallo stesso Falanga – insieme al presidente del Consiglio che aveva provveduto a ghermire prima che uscisse dall’Aula di Palazzo Madama. Si segnalano cronache che raccontano di altre sue foto con – non in ordine di apparizione – Dudù, Mariano Apicella e Carlo Buccirosso. Solitamente indossa occhiali da sole da poker-star. Di sicuro ora che sente quest’aria un po’ frizzantina, si candida a primo cittadino di Salerno, ex feudo di De Luca, e non esclude accordi con il Pd: “Guardiamo i programmi”.

Riccardo Mazzoni
riccardo mazzoni
Di Prato, 63 anni. Per 30 anni giornalista della Nazione e per 5 direttore del Giornale della Toscana che ha fondato insieme a Denis Verdini e poi chiuso sotto il peso dei debiti (qui Verdini è imputato per bancarotta fraudolenta). Nel novembre 2006 decise di uscire con un’edizione straordinaria per raccontare “con un ampio reportage fotografico e giornalistico” il malore che colpì l’allora presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, durante la “kermesse” (così: kermesse) dei cosiddetti “Circoli della libertà”, a Montecatini. Ha scritto Grazie Oriana (Sottotitolo: Vita, battaglie e morte dopo l’11 settembre). Attivo sulla questione immigrazione, lui che vive nella Chinatown d’Italia, si accalora sulle faccende legate all’integrazione dei musulmani, ma anche sui temi etici (come su Eluana: “No al partito della morte”). Ha definito Grillo “comunista”, ha denunciato la presenza del nome “Renzi” sulle buste paga del Comune di Prato alla voce degli 80 euro e però il sindaco di Prato allora era berlusconiano. Con D’Anna, ora suo compagno di avventura, una volta si lanciò in faccia per un giorno intero comunicati stampa di fuoco: oggetto della contesa, cosa avrebbe pensato dell’Italicum, oggi, fosse stato ancora tra noi, don Sturzo. Una volta ha proposto di mandare in carcere chi fa il giornalista “abusivo”. Il 16 luglio 2015 M. ha dichiarato: “Avendola già votata una prima volta non capisco perché ora dovrei vedervi un rischio autoritario che prima non vi avevamo ravvisato. Io tornerò a votarla”. In realtà al voto finale in prima lettura Mazzoni non partecipò.

Riccardo Conti
Di Brescia, 68 anni, imprenditore nel settore immobiliare, ex Cdu (anni Novanta), ex Udc, ex Pdl, ex Fi. E’ parlamentare dal 2001. Nato sotto la stella di Giovanni Prandini (ministro di Senato -  Mozione sul riequilibrio di genere della rappresentanza politica - quote rosaGiulio Andreotti negli anni Ottanta) cresciuto all’ombra di Rocco Buttiglione, finito a seguire Carlo Giovanardi fin dentro Forza Italia. Sostenitore instancabile di un maxi-partito unico a destra, voleva la Lega nel Ppe e si scagliò contro Bruno Tabacci che a un certo punto si rinvenne e denunciò le leggi ad personam sulla giustizia del governo Berlusconi. Nel 2006 fu l’unico a seguire Marco Follini nell’Italia di mezzo, ma ci ripensò subito, rientrando poi nel Pdl. C. non condivide solo la strada politica di Verdini, ma anche quella del tribunale di Roma: sono coimputati. E’ accusato di truffa aggravata, finanziamento illecito e omesso versamento dell’Iva in un processo sulla plusvalenza di 18 milioni nella compravendita di un palazzo di via della Stamperia, a Roma, comprato e rivenduto lo stesso giorno. E’ difeso da Franco Coppi e, nel merito, ha detto di affidarsi alla Provvidenza. Una volta ha espresso nostalgia per la Prima Repubblica e, non precisando se lo ritenga una conseguenza, da tempo “tifa per Renzi e le sue riforme”.