“Chi fa cinema non può permettersi di non essere popolare”. Lo spiega Gabriele Muccino a FQMagazine prima di tornare in sala dal 1 ottobre con il suo nuovo film “americano”, quel Padri e figlie che vede come protagonisti Russell Crowe e Amanda Seyfried. Per capire la carriera di questo giovanotto romano che esordì nel 1998 con Ecco fatto bisogna mettere in fila gli incassi dei suoi film: La ricerca della felicità 306 milioni di dollari, Sette anime 168, Quello che so sull’amore 20, L’ultimo bacio 13 milioni di euro, Ricordati di me 10, Baciami ancora 9. Apprezzare o non apprezzare i suoi lavori, la sua poetica, il suo stile, conta il giusto. Muccino è un regista italiano che incassa. Dollari o euro che siano, i quattrini li macina. Giunto al nono film, il quarto a produzione totalmente statunitense, Padri e figlie esce prima in Italia poi in novembre in Gran Bretagna, Spagna e Russia, e a dicembre negli Usa. “Il cinema è l’arte più costosa mai inventata”, racconta Muccino ospite della redazione del Fatto. “Costa tutto: farlo, promuoverlo, pubblicizzarlo a dovere. Per questo non puoi permetterti di dire c’è la sala vuota ma il film è buono. C’è gente che va in bancarotta per questo. Il regista deve avere l’abilità di raccontare una storia, la capacità di intrattenere: questa è arte, ma anche mestiere”.

Il plot di Padri e figlie ricalca il tema mucciniano per eccellenza: la paura e/o l’incapacità d’amare che, questa volta, si declina sull’asse narrativa padre e figlia spostandosi continuamente su due piani paralleli ma lontani nel tempo. Dagli anni ’80 quando lo squattrinato romanziere Jake (Crowe) rimasto vedovo e con un serio disturbo mentale  cerca di far crescere degnamente la figlia di 5 anni (Kylie Rogers); a 25 anni dopo sempre a New York, con la bella Katie cresciuta (Seyfried), intenta a combattere con demoni e tormenti del passato, e l’incapacità di innamorarsi completamente di un ragazzo che la ama (Aaron Paul). “Da adulti siamo il risultato di quello che abbiamo vissuto nell’infanzia, non possiamo negarlo. Il subconscio viene costruito nei primi sei anni di vita. Ad esso si aggiungono natura e istinto, e poi la coscienza che conta solo il 5%”, spiega Muccino. “Diventare padre di una bimba mi ha costretto a fare i conti con un lato femminile non scontato.  Quello che dici e fai come padre innesca la programmazione del subconscio di tua figlia, lì c’è già ciò che ne farà una donna adulta più o meno compiuta”.

“Un film lo devo sentire istintivamente. Basta parlarne con mia moglie e potrei perdere quella minima sensazione che mi fa dire che il tema è necessario da raccontare”, continua il regista romano. “E’ una situazione delicata. Basta solo che ti venga detto ‘questo l’hai già fatto’ e salta tutto. Certo Padri e figlie è parente de La ricerca della felicità, ma anche di Ladri di biciclette. E’ tutto concatenato nel mio cinema. Ci sono citazioni, o furti d’arte, oppure siamo ladri inconsapevoli di quello che abbiamo visto. In questo film ci sono riferimenti cinematografici precisi che nessuno potrebbe immaginarsi, come ad esempio a Kubrick”.

Padri e figlie è un film drammatico, roba che gli studios hollywoodiani sembrano non voler più produrre: “Si stanno chiudendo in una sorta di insicurezza cronica. Il genere drammatico gliel’hanno così scippato le tv usandolo per le serie. Oggi gli studios puntano solo su formule sicure. La Disney va a manetta su Star wars, rifà Il libro della giungla e Mary Poppins”. Ed ecco che nel percorso recente dell’italiano trapiantato a Hollywood riemergono alcuni progetti accantonati e altri rifiutati: “Mi piacerebbe fare un film alla Petri su un grande tema della coscienza collettiva italiana, ma in Italia variare genere è complicato. Ad Hollywood volevo fare un film di fantascienza, una storia intima ambientato nello spazio, che poi è finita in mano ad altri produttori. Ho provato a girare una rivisitazione molto oscura ed agghiacciante di Dracula, e sono anche finito in trattativa per i sequel di Twilight: ma mentre Dracula lo sentivo interessante, Twilight era troppo fantasy e con questo genere non so relazionarmi perché non ne sono mai stato fan”. “Mi sento un autore perché scrivo i miei film. E se non sono miei li riscrivo – continua – nasco come regista per urgenza di raccontare me stesso e la mia visione del mondo, e perché mi sono nutrito di film tra gli anni settanta e ottanta che facevano questo. Fellini, Allen, Bob Fosse, Coppola, Altman, tra gli altri, proponevano un punto di vista sulla storia raccontata con delle spigolature. E il punto di vista ha la necessità di essere provocatorio”.

Diciotto anni di successi si riconoscono infine anche da uno stile dietro la macchina da presa: videocamera in perpetuo movimento dal frenetico pedinamento, il Muccino touch de L’Ultimo bacio, ad un approccio sempre dinamico ma molto più fluido e mimetizzato col racconto: “Sono semplicemente diventato un regista migliore. La necessità di muovere la macchina da presa è venuta meno, la mia priorità è muoverla per farla andare dietro alla storia che racconto. Il mio obiettivo è orchestrare la messa in scena con tensioni che portano lo spettatore ad una catarsi e a uno scioglimento nell’epilogo”. E la critica, mai troppo benevola nei suoi confronti, conta ancora qualcosa? “Ho superato la paura della critica. Nel tempo vedi che tutto sommato non riescono a insegnarti nulla su quello che stai facendo”.