vespa 240La puntata riparatrice di Vespa è stata peggiore della serata dedicata ai Casamonicas del giorno precedente. Quando l’assessore Alfonso Sabella ha detto con garbo: “Avete reso folkloristico un fatto gravissimo come la presenza delle mafie a Roma, dietro quella signora coatta che forse fa anche ridere c’è il dolore delle vittime del clan. Avete legittimato quella famiglia. E nella vostra puntata mancava il dolore delle vittime”, Vespa ha reagito come un toro infilzato: “Enzo Biagi è un maestro dell’informazione?”. Ricevuto lo scontato assenso dell’assessore, Vespa ha argomentato: “Quando Biagi ha intervistato Michele Sindona c’erano le vittime? Quando ha intervistato Tommaso Buscetta, c’erano le vittime? E ha protestato qualcuno quando Michele Santoro ha invitato quel galantuomo di Massimo Ciancimino?”. La risposta di Vespa, assolutoria e provocatoria, è stata: “Nessuno ha protestato, e allora lasciateci fare il nostro mestiere”.

L’arringa è istruttiva perché svela il punto centrale di questa polemica. Il problema non sono gli ospiti ma il padrone di casa. Vespa, per paragonarsi a due giornalisti che furono cacciati nell’era di Berlusconi mentre lui manteneva il potere in Rai, sceglie tre esempi che non lo assolvono affatto. Chiunque può confrontare su Youtube le interviste citate con l’ospitata dei cugini Casamonica.

Biagi ha intervistato sì Sindona ma in carcere. E quando il detenuto negava le sue responsabilità sull’omicidio di Giorgio Ambrosoli, il giornalista faceva sentire la voce della vittima e quella del suo killer siciliano che gli comunicava al telefono come l’avrebbe ucciso. Poi Biagi faceva scorrere sullo schermo una scritta che ricordava la condanna di Sindona. Nella sua intervista non c’era nessun risolino.

Nessun ammiccamento. E Tommaso Buscetta? Anche lui è stato intervistato nella sua veste di pentito come Massimo Ciancimino, al di là della qualifica formale, da Santoro e Sandro Ruotolo. Con tutti i difetti delle sue dichiarazioni, il figlio di don Vito ha trovato spazio in tv quando ha tagliato i ponti (o ha detto di volerlo fare) con il passato. Non quando ha celebrato il padre come un Papa e un Re generoso che gli donava lo champagne. Bensì quando lo ha descritto come un padrone che lo teneva alla catena da bambino.

Il punto a ben vedere non è tanto la decisione di ospitare i membri di un clan nei cui ranghi il pentimento non alberga. Il punto è la tecnica adottata da Vespa per le interviste. Salvo rare eccezioni, il conduttore fa accomodare il suo ospite nel salotto e lo legittima. Anche quando lo incalza sui reati o sulle bugie è il modo che prevale sul contenuto.

Il fare bonario dello zio che riprende il nipote dopo la marachella passa al telespettatore più degli appunti e delle accuse. Le domande ai Casamonica (“quei manifesti con suo padre mascherato da papa, un po’ di cattivo gusto, daai!”) non sono diverse da quelle ammiccanti sulle promesse mancate di Renzi o sulle minorenni di B.

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