Non ci sono nemmeno titoli di testa o di coda. Giusto il titolo del film, De Palma, in stampatello rosso come i titoli di Scarface. Eppure il piano sequenza, la vertigine autoriale, che serviva (non mancava) al 72esimo Festival di Venezia a sognare il piacere del cinema, arriva con il documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow dedicato al grande regista statunitense autore di almeno quattro assoluti capolavori: Gli Intoccabili, Carlito’s way, Carrie – Lo sguardo di satana e, appunto, Scarface. Seduto di fronte alla macchina da presa con un camicione blu sbottonato che ne ricopre un altro un po’ più chiaro abbottonato sul collo, c’è Brian De Palma che compirà tra pochi giorni 75 anni, di cui almeno 55 di carriera. Il documentario, fuori concorso, ha una narrazione fluida e lineare con il regista ritratto che commenta a volo d’uccello i suoi trenta film. L’inquadratura a mezzo busto citata, poi spezzoni di film, foto di scena (molte inedite) e un’aneddotica infinita che qua e là pesca anche chicche storiche mai raccontate. Non c’è voce fuori campo di Baumbach e Paltrow, ma ci sono tanti fuori vista svelati sulla storia del cinema, sul confronto generazionale che quasi sembra di stare in quel Giovani si diventa diretto da Baumbach con tre generazioni di documentaristi a confronto.

Intanto di che si parla primariamente in De Palma? Della totale, assoluta, necessità della libertà creativa. Quindi della mancata compromissione con le esigenze degli studios. Che lo si voglia o meno, quando si parla di New Hollywood, si deve parlare anche di De Palma. Quegli anni settanta dove si è fatta la storia del cinema mondiale, e dove davvero per alcuni anni gli studios hollywoodiani in crisi si affidarono alla creatività senza porre veti o limiti compositivi. Lo si vede anche nel film, quando il trentenne Brian viene ritratto in compagnia di Spielberg (“il primo con un telefono in auto, era il 1976”, spiega il regista nel film), George Lucas, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola. Poi ci sono anche Sidney Lumet e Paul Schrader; Bob De Niro e Al Pacino, insomma la fertile levata di chi realizzò ciò che gli passava per la testa su grande schermo: “Entrammo negli studios per fare tutto che volevamo prima che gli affaristi ne riprendessero il controllo”.

Sì, questo periodo ci piace molto. Perché è quello di Taxi Driver e Il Padrino, di Guerre Stellari e Lo Squalo, di quei ragazzotti, chi più e chi meno, che sapevano di cosa stavano parlando con immenso rispetto per i predecessori e la necessità di guadagnare in sala. In De Palma, il documentario, c’è molta cinefilia, di quella che ha senso citare senza risultare spocchiosi: Hitchcock con Vertigo, Psycho e La finestra sul cortile, Rashomon e La corazzata Potemkin. Tutte ispirazioni, con assoluto rispetto, rese spettacolari nei film di De Palma. Lui intanto spiega che ha dovuto combattere con la censura (ricordiamo il massacro di Vestito per uccidere, che per anni abbiamo visto a brandelli rispetto al director’s cut); che i litri, i fiotti e gli schizzi di sangue presenti nei suoi film provenivano da una dimestichezza da sala operatoria perché il padre era chirurgo; che pur ricevendo buone critiche dalla terribile Pauline Kael alcuni suoi film facevano storcere il naso agli studios. “Dovessi dare un consiglio a chi fa il regista, anche a Noah, è quello di essere costanti e persistere nell’ottenere ciò che si vuole”, racconta De Palma durante la conferenza stampa veneziana sorridendo prima di ogni risposta, un po’ come fa nel film mostrando allo spettatore una sconosciuta ironia. “Se non avessi usato l’ironia nel mio lavoro non sarei sopravvissuto. La cosa curiosa è che ogni volta che mi sembrava di aver girato un buon film, i produttori storcevano il naso; viceversa, quando mi sembra di aver girato una schifezza, i produttori erano contenti. E di certo non ho rimpianti nella mia carriera. Amo tutti i miei film allo stesso modo, qualcuno amerebbe un figlio più di un altro?”.

Ecco sfilare tutti i componenti del cast artistico e tecnico del team De Palma. Emergono i grandi compositori con cui ha lavorato e che hanno segnato nell’ascolto il suo cinema: Pino Donaggio (“aveva capito il tono del thriller sensuale che giravo”); Ennio Morricone; John Williams e Bernard Hermann che tutto vecchio ed ingobbito raggiunge un giovane De Palma in un’anonima sala di montaggio e gli regala la colonna sonora di Le due sorelle. C’è l’aneddoto su Oliver Stone che viene cacciato dal set di Scarface perché dava indicazioni di recitazione a Pacino; c’è la lotta al coltello per avere David Koepp a scrivere Mission Impossible; c’è il rapporto con due attori che gli funestarono le riprese, Cliff Robertson e nientemeno che Orson Welles (“non riusciva ad imparare le battute, mai”); e c’è pure il film che ha incassato di più a detta di De Palma, Doppia Personalità; gli scontri sul set di Vittime di guerra tra Sean Penn e Michael J. Fox. “Chi può condividere lo schermo con De Palma? Nessuno”, dice Baumbach rispondendo ad una domanda sulla messa in scena del documentario. “Così non abbiamo inserito nessun altro, nessuna intervista. Volevamo capire le sue scelte stilistiche, volevamo farci raccontare e mostrare allo spettatore le scelte personali di De Palma, la sua libertà formale e il suo cinema emotivamente coinvolgente”: Intanto Brian se la ride di gusto, in una Venezia che l’ha sempre amato e accolto negli anni duemila, forse non con i film più riusciti: “I film fatti tra i 30 e i 50 anni, a 70 non li riesci più a fare. Quello è il periodo migliore per qualunque cineasta – conclude l’autore di Femme Fatale – una lezione però l’ho presa anch’io proprio dai remake dei miei film. E bello vedere che tutti gli errori che non avevi compiuto all’epoca nella tua regia, perché ci avevi pensato e li avevi evitati, vengono riproposti in questi film oggi come niente fosse”. Parole santissime.