Mentre l’attenzione di tanti osservatori si concentra sul peso delle mafie nell’economia lecita, dal Sud al Nord, c’è chi torna alle origini della ricchezza criminale: il traffico internazionale di cocaina, un mercato da 243 milioni di consumatori e oltre 300 miliardi di euro l’anno, stima l’Onu. In “Oro bianco” (Mondadori, 263 pagine, 18 euro) Nicola Gratteri e Antonio Nicaso scelgono di raccontare “uomini, traffici e denaro” di un business globale in cui la “nostra” ‘ndrangheta recita un ruolo da protagonista. “E’ che non ci piace seguire le mode”, ha detto sornione Gratteri durante una presentazione in terra lombarda. Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, oggi anche consulente governativo per le politiche antimafia, e lo studioso di criminalità organizzata trapiantato in Canada, coppia rodata da molte pubblicazioni e da molte ore antelucane passate a  lavorare su Skype, propongono un vero e proprio atlante della cocaina, con capitoli didascalicamente divisi per Paese. Punto di forza della narrazione, i rapporti con le fonti investigative di mezzo mondo, che consentono uno sguardo lungo sugli ostacoli ancora da superare per una lotta efficace al crimine globale.

Il viaggio non può che partire dalla Colombia. Gli autori si soffermano sul ruolo delle Farc e delle milizie nella produzione, sul meno noto impatto ecologico devastante, ma subito l’atlante volta pagina. Gli autori citano uno studio secondo il quale il 97,4% dei profitti del traffico vengono goduti fuori dal Paese, dalle organizzazioni criminali coinvolte nel commercio intenazionale. E arrivano anche a casa nostra. Un aneddoto illuminante riguarda San Marino e smentice una volta per tutti che i soldi sporchi non puzzino. Ai pm di Catanzaro un cassiere del Credito sammarinese ha raccontato, nel 2011, di aver ricevuto da un narcotrafficante un versamento da quasi 600mila euro in denaro “stipato” in un trolley, “accartocciato, che puzzava di muffa”. I superiori, debitamente informati, non trovarono nulla da dire. Del resto la ‘ndrangheta è, appunto, protagonista del narcotraffico. Paradossalmente, però, ci sono più familiari di nomi del cartello di Medellín e di Pablo Escobar piuttosto che quelli dei narcos nostrani: Morabito, Mancuso, Papalia, poi Piromalli, Comisso, Condello… tutti concentrati tra la Locride e la Piana di Gioia Tauro, tra le zone ufficialmente più povere d’Italia. Emissari delle ‘ndrine sono presenti nei principali Paesi dell’America Latina, compreso il Messico, teatro di massacri da far concorrenza ai tagliagole dell’Isis, dove l’oro bianco è il premio di una guerra che ha provocato 150mila morti negli ultimi dieci anni. E tanto per ricordarci quanto tagliagole e manager irreprensibili siano perfettamente integrati fra loro, Gratteri e Nicaso citano il caso dell’Argentina, che vanta record sospetti nella produzione di permanganato di potassio e acetone, precursori chimici necessari alla raffinazione della coca.

Poi c’è il nuovo “Eden” dei trafficanti, l’Africa, “un magazzino dove stoccare tonnellate di cocaina per poi trasferirle poco alla volta sulle più importanti piazze europee. ‘Ndranghetisti e narcos colombiani si sono già stabiliti a Conakry, capitale della Guinea, mentre le semideserte isole Bijagos sono diventate uno “snodo” del traffico. La corruzione endemica, dai massimi governanti all’ultimo poliziotto di frontiera, rende sicuri – per i criminali – i lidi del Continente nero. E così il sangue delle teste mozzate e dei corpi smembrati nei regolamenti di conti dei narcos messicani, il sangue di poliziotti, giudici e e giornalisti che non si piegano ai narcoterroristi, si scolora man mano che si avvicina a noi: nelle banche perfettamente consapevoli di riciclare, negli studi legali specializzati in scatole societarie offshore. Il paese con la legislazione più accogliente per il riciclaggio, secondo l’Onu, non è la Guinea ma il Regno Unito. I tagliagole dei narcos non sono meno crudeli dei colleghi dell’Isis, e di certo controllano territori e risorse più vaste del sanguinario Califfato. Ma almeno hanno il buon gusto di dividere il malloppo.

LA FRASE.Maria del Rosario Fuentes Rubia è stata sequestrata il 15 ottobre 2014 a Reynosa, capoluogo dello Stato del Tamaulipas, al confine con gli Stati Uniti, e poi torturata a morte. I suoi aggressori sono riusciti a entrare nel suo profilo Twitter e a postare due foto del suo corpo martoriato, con una brutta ferita alla testa, accompagnandole con gravi minacce a chi insisterà a diffondere notizie come faceva Maria”.