Claudio Coccoluto, un nome che è leggenda nel panorama delle discoteche italiane, non ha aspettato il caos degli ultimi giorni sul Cocoricò per affrontare il tema dello sballo in discoteca. La sua è una battaglia culturale che viene da lontano, e nelle ultime convulse ore non ha fatto altro che ribadire le sue posizioni. Per Coccoluto, il primo europeo a suonare al leggendario Sound Factory Bar di New York, il nemico da combattere con ogni mezzo è lo spaccio, non certo il dancefloor dei locali: “La musica è una vittima di questa storia, esattamente come i ragazzi. Il problema è che lo Stato è incompetente e inadeguato”.

Ti stai spendendo molto, sui social, per far capire come, a tuo giudizio, la chiusura del Cocoricò sia una scelta sbagliata. Perché?
Rifacendo l’analisi dall’inizio di questa vicenda, c’è da commentare la notizia “Giovane sedicenne muore per abuso di ecstasy in una discoteca di Riccione”. Il problema, quindi, è il perché un sedicenne sceglie di drogarsi. E l’analisi dovrebbe partire da lì per arrivare a conclusioni che non sono la chiusura di un locale, che dovrebbe essere il capolinea del ragionamento. Chi passa la droga a chi? E soprattutto perché nella testa di un sedicenne l’idea di divertimento si configura in questo modo?

Di chi è la responsabilità?
Tutti abbiamo responsabilità: addetti ai lavori, genitori, società, ma soprattutto lo Stato che dovrebbe agire e contrastare e non lo fa. Porre rimedio con la chiusura di un locale è ridicolo.
Se poi le motivazioni sono diverse, con il locale che già da anni era un crogiolo di sesso e droga, a maggior ragione andava chiuso prima, così avremmo evitato anche una morte. Come la giri giri, questa storia è una schifezza. Quello che è successo è il quadro dell’incompetenza o dell’inadeguatezza dello Stato a combattere il vero nemico, lo spaccio.

Il problema della droga c’è, è innegabile. Cosa andrebbe fatto?
La droga esiste, inquina la società. Dovremmo dare la caccia a chi la produce e non chiudere un locale. Mi piacerebbe che intervenisse qualcuno specializzato, che ci raccontasse perché non vediamo l’effetto di questo contrasto dello Stato. Io non lo vedo. Magari domani metteranno i cani dappertutto, come ha già annunciato il ministero. Ma sono i soliti discorsi ipocriti che facciamo fino alla prossima tragedia. E, nel frattempo, una azienda importante per l’offerta turistica della Riviera romagnola chiude. Non sono legato da nessun interesse al Cocoricò, è una questione di principio.

E come se ne esce?
Serve una rivoluzione culturale nel mondo. È un po’ come il rock psichedelico associato alle droghe, agli allucinogeni. È il marketing di chi vende la droga: aumenta le percezioni, fa sentire meglio la musica. Le solite cazzate che hanno contribuito a creare il mito della commistione tra droga e musica come superdivertimento. È una grandissime stronzata, lo dico io che ho 50 anni e da 30 anni navigo in queste acque. Ma per un sedicenne è difficile discernere.
Si può fare moltissimo dal punto di vista culturale. Non in Italia, però, visto che qui la musica è considerata un sottoprodotto culturale. Io mi incazzo perché la musica, che io difendo a spada tratta, non deve avere nessuna responsabilità. La musica è una vittima di questa storia, come i ragazzi che muoiono.

Tuo figlio ha deciso di seguire le tue orme e di fare il dj. Cosa gli hai detto quando ti ha comunicato questa scelta?
Fare il dj non ha nessuna relazione con tutte queste storie. Quando mi ha detto “Voglio fare il dj”, ho risposto “Sono molto contento, qui ci sono gli strumenti, cavatela da solo e se ti serve un consiglio ci sono qua io”. Stiamo parlando di qualcosa che la mia famiglia ha sempre vissuto con eccezionale normalità. Io ho sempre portato i miei figli in discoteca con me, mostrando la gente da evitare, raccontando aneddoti, ricordandogli di stare attenti alle bottigliette d’acqua, di non lasciarle mai incustodite, perché qualcuno potrebbe metterci qualcosa dentro. Gli stronzi, gli spacciatori, la parte più subdola e marcia della società.