Paolo Dall'oglio

Secondo fonti delle Nazioni Unite il business degli ostaggi vale circa 2 miliardi di dollari, in meno di cinque anni si è raddoppiato. E queste sono stime per difetto dal momento che nessuno sa davvero quante persone ogni anno vengono sequestrate. Solo un sequestro su quattro viene infatti denunciato, senza parlare dei migranti, “rapiti” più volte dagli stessi trafficanti durante il viaggio verso i paesi ricchi. Milioni di persone che dall’America latina cercano di raggiungere il Nord, che dall’Africa viaggiano verso l’Europa e che dal centro Asia si spostano verso le nazioni emergenti di quel continente o verso la Turchia per poi entrare in Europa.

Il boom dei sequestri per mano dei gruppi terroristici del fondamentalismo islamico è iniziato nel 2003, subito dopo la caduta di Saddam Hussein. L’Iraq è diventato il centro di smistamento degli ostaggi, dai ricchi iracheni intrappolati nel sanguinoso processo di transizione verso la ‘democrazia’ fino agli stranieri, giornalisti, contractors, soldati, impiegati delle Nazioni Uniti, avventurieri ecc. Da allora l’industria dei sequestri è cresciuta a ritmi sostenuti nel Medio Oriente ed in tutte le regioni dove è presente l’insurrezione jihadista. Il motivo è presto detto: gruppi armati e semplice criminalità usano i sequestri per finanziarsi nei paesi falliti, ad esempio la Somalia; dovunque l’autorità statale si stia frantumando, e questo è il caso del Sahel e dello Yemen, ma anche del Venezuela; dove c’è la guerra civile, in Syria, in Iraq, ma anche dove la transizione da una regime dittatoriale verso un sistema più democratico produce tensioni etniche, e questo è il caso di Myanmar.

E’ chiaro che a sostenere questo business sono i riscatti. Dal 2003 ad oggi il valore è aumentato di dieci volte, ciò vuol dire che se nel 2004 il riscatto di un cooperante valeva un milione oggi ne vale 10. Ed infatti è quello che viene chiesto ai governi dei paesi che pagano – in prima linea naturalmente c’è l’Italia (anche se le voci ufficiali sono discordanti) seguita dalla Francia e dalla Germania e dalla Spagna. Il prezzo finale varia a seconda di come si conducono le negoziazioni ed anche in funzione di quanto si è pagato in passato. La nazione che paga di più, ad esempio è l’Italia e la Francia, spesso i riscatti sono il doppio di quelli pagati dalla Germania.

In fondo è vero che pagando si finisce per perpetuare questo crimine. Ma non è facile, e forse non è neppure giusto, imporre alle famiglie di abbandonare i propri cari in mano ai sequestratori. In ogni caso anche quando lo Stato non si muove, ad esempio l’Olanda o la Gran Bretagna, il pagamento dei riscatti avviene e viene gestito dall’industria privata della sicurezza. Secondo fonti delle Nazioni Unite, che per ovvie ragioni vogliono rimanere anonime, il costo delle imprese private che gestiscono le negoziazioni a nome delle famiglie degli ostaggi è ben più alto del valore dei riscatti. In media si tratta di 3.000 dollari al giorno. Ciò significa che i primi beneficiari monetari dell’industria dei sequestri non sono i sequestratori ma, paradossalmente, l’industria della sicurezza privata che dovrebbe evitarli.

Anche i governi che pagano si servono dei professionisti privati, spesso per ‘portare a destinazione i riscatti’. Il problema, almeno per quanto riguarda i sequestri degli stranieri per mano di gruppi armati e criminali, va dunque affrontato in modo diverso. In primis c’è bisogno di un organismo internazionale ad hoc che affronti la crisi dei sequestri, perché di questo si tratta. Dai giornalisti ai cooperanti fino ai giovani in cerca di avventura, è fondamentale che tutti gli stranieri siano a conoscenza del rischio che corrono ed abbiano anche un rudimentale sistema di sicurezza a disposizione. I soldi che i governi pagano per i riscatti sono fondi sottratti all’erario pubblico, questo non va dimenticato. Meglio dunque usarli per proteggere chi fa un lavoro importante, sia dal punto di vista dell’informazione che da quello degli aiuti umanitari, invece di usarli per pagare soltanto i riscatti.

In secondo luogo la crisi dei riscatti va affrontata per quello che è: un problema internazionale. In terzo luogo l’industria della sicurezza privata va regolarizzata con legislazioni specifiche per evitare che si verifichino degli abusi e per contenerne i costi.

Naturalmente tutto ciò significa porre fine alla politica del mistero che circonda i sequestri. Una politica che invece di ridurne l’incidenza alimenta questo business disumano, che riduce l’individuo ad una merce di scambio preziosissima.