L’Italia paga o non paga riscatti per riportare a casa i suoi cittadini rapiti in Medio Oriente? Il governo e il Copasir forniscono due versioni discordanti. Secondo il viceministro degli Esteri, Lapo Pistelli, in alcuni casi l’Italia paga: “Nella maggior parte dei casi” in cui sono stati rilasciati dei connazionali rapiti, l’Italia non ha pagato un riscatto – ha detto Pistelli a Radio 24, sottintendendo che in alcuni casi la decisione è stata quella di pagare. “Noi non abbiamo mai fatto blitz di natura militare – ha spiegato ancora Pistelli – il che non comporta che in tutte le circostanze abbiamo messo mano al portafoglio”. Sottinteso: in alcuni casi, invece, questo è avvenuto.

Di diverso avviso il Comitato Parlamentare per la sicurezza della Repubblica, che svolge una funzione di controllo sull’operato dei servizi segreti. “Apprendo con stupore dai giornali di pseudo-ricostruzioni e somme pagate per il riscatto dei nostri concittadini rapiti all’estero – ha detto oggi il vicepresidente del Copasir Giuseppe Esposito (Ncd)- queste false notizie, purtroppo, tendono a turbare le normali relazioni che in questi mesi la nostra intelligence con fatica ha creato con le organizzazioni umanitarie e le associazioni presenti nei teatri di guerra”, spiega ancora Esposito dando per scontato quindi di che l’Italia non paga riscatti. “È ora di finirla – auspica Esposito – con la diffusione di false notizie che mettono a rischio la vita dei rapiti e delle persone che con sacrificio e abnegazione lavorano per riportarli a casa”.

Le parole di Esposito seguono un articolo del settimanale Panorama, in cui si riferisce di un presunto riscatto da 6 milioni di dollari pagato dal governo italiano per liberare lo scorso maggio Federico Motka, il cooperante rapito nel 2013 proprio con David Haines, l’ultima vittima britannica dell’orrore jihadista. Secondo il settimanale il denaro sarebbe stato versato ai terroristi attraverso un’operazione segreta che probabilmente è passata dalla Turchia: i servizi italiani avrebbero chiesto aiuto agli 007 turchi per il pagamento del riscatto. Anzi, sarebbero stati gli agenti dell’intelligence turca, racconta Panorama, a consegnare materialmente i contanti in cambio dell’ostaggio italiano. Sul caso della liberazione di Domenico Quirico, a gennaio la rivista americana Foreign Policy aveva parlato di un riscatto di tre milioni di euro pagato dall’Italia attraverso un negoziatore, identificato dal magazine con nome e cognome, membro della coalizione di oppositori siriani in esilio che affermò di aver consegnato personalmente il denaro ai rapitori in una zona al confine tra Libano e Siria.

Lunedì, poi, dal governo era arrivata un’altra versione, possibilista sulla possibilità di pagare per riportare gli italiani rapiti in patria: “Riporteremo gli ostaggi in Italia, non importa come – aveva detto il sottosegretario agli Esteri Mario Giro – ogni paese è sovrano per quanto riguarda la scelta se trattare o meno” con i rapitori. Tradotto: la decisione di pagare o meno la prendiamo noi. 

Solo poche settimane fa il New York Times aveva presi di mira l’Italia e i paesi che pagano i riscatti: secondo il quotidiano, il business dei sequestri sarebbe la principale fonte di finanziamento ad esempio per Al Qaeda, con 125 milioni di dollari versati solo nel 2008. Roma, in particolare, viene accusata di pagare regolarmente. Il Nyt ricorda il caso di Mariasandra Mariani, rapita in Algeria nel 2011 e tenuta in ostaggio per 14 mesi insieme a due spagnoli, tutti rilasciati in cambio di una somma vicina agli 8 milioni di euro. Mariani disse ai sequestratori che la sua famiglia non avrebbe mai potuto pagare il riscatto e che non lo avrebbe fatto nemmeno il governo italiano, racconta il Times. I suoi rapitori la rassicurarono: “I governi dicono sempre che non pagheranno. Quando tornerai a casa, voglio che tu dica alla gente che il vostro governo paga. Lo fa sempre“.

Al di là delle speculazioni, certo è che nei casi di connazionali sequestrati dai terroristi la linea dell’Italia è sempre stata mantenere il “massimo riserbo” e lavorare sottotraccia. Così è stato fatto in passato e così si sta continuando a fare per Greta Ramelli, Vanessa Marzullopadre dall’Oglio ma anche per Giovanni Lo Porto, il cooperante scomparso in Pakistan da due anni; Gianluca Salviato, l’impiegato sequestrato in Libia a marzo e Marco Vallisa, il tecnico rapito due mesi fa sempre in Libia.