Sabato 4 luglio, con il deputato Pd Emanuele Fiano e centinaia di persone appassionate, abbiamo iniziato a discutere pubblicamente del futuro di Milano, in particolare della Milano Viva che immaginiamo. Milano è la città più viva d’Italia, e, se lo vorremo, potrà diventarlo d’Europa.

L’aggettivo vivus in latino si può declinare come vivente ma anche come genuino, come acceso e ardente e come corrente e in movimento, come durevole e persistente ma allo stesso tempo sfavillante. La Milano che vogliamo immaginare per i prossimi 20 anni è e può essere ancora più di questo. Può e deve essere orgogliosa di tutte le sfaccettature del suo profilo, della mescolanza delle sue caratteristiche, che deriva storicamente dalla capacità di accoglienza e di apertura di questa città.

Non solo parlando di migranti, ma soprattutto dell’accoglienza di chi vi arriva da ogni parte d’Italia, dall’Europa e dal mondo, per studiare e crescere, per trovare soddisfazione ai propri bisogni e dare una terra, un luogo, una città alla costruzione dei propri sogni. Non ne faccio una discussione solo da imprenditore o da start-upper, ma quando penso alla Milano dei prossimi anni, penso esattamente alla città in cui tutti vogliano vivere e costruire il proprio futuro.

Come ho già avuto modo di scrivere qui, in un’Italia che deve ambire a far rientrare dall’estero i propri cervelli, ed accoglierne sempre di più da tutto il mondo, dobbiamo avere l’ambizione di vedere Milano come la porta di ingresso del Paese, oltre che come megafono delle sue caratteristiche migliori.

Una visione di grandezza come questa perderebbe forza però se non la si riempisse di proposte concrete. Dobbiamo avere l’intelligenza di prendere idee dal nostro passato, remoto o recente, e dalla nostra storia, considerare i casi di successo delle città nel mondo che più ammiriamo per fattori diversi, e metterle insieme sul fondo di una visione alta, coerente, e decisa. Significa capire la portata di una cosa semplice nella sua complessità, che ora che c’è si pensa com’è possibile non sia stata fatta prima, come la riapertura della Darsena e la sferzata che ha dato alla città, e la gioia festosa che si percepisce ogni giorno su quella che è il nostro nuovo “lungomare”.

Misurare in una maniera nuova questa Milano Viva significa prendere in prestito dall’economia aziendale il R.O.I. (Ritorno sull’Investimento) e trasformarlo in Ritorno sull’Impatto, per capire quanto un investimento pubblico impatti in positivo sulla nuova vitalità e dinamicità della città.

Significa capire l’orgoglio che la stragrande maggioranza dei milanesi ha oggi per la sua nuova skyline, per la bellezza di Piazza Gae Aulenti o di quel regalo fatto alla città in una delle sue periferie quale è la Fondazione Prada.

Significa comprendere la vivacità del quartiere Isola, la quantità di attività, di ristoranti, di nuove botteghe aperte in quell’area, che dieci anni fa era tutt’altro, vivere e capire la dinamicità di Zona Tortona durante le fiere, la creatività underground di Via Ventura a Lambrate, la nuova vita che la Barona sta cominciando ad avere grazie agli uffici della moda che vi si sono trasferiti.

Volere una Milano Viva, ed immaginarla tale nei prossimi 20 anni, vuol dire moltiplicare occasioni di questo tipo di rilancio delle periferie, partendo da spazi comunali in abbandono come potenziali luoghi per la creazione di ecosistemi di imprese, luoghi in cui il fare rete significhi creazione di valore a costo zero. Ecosistemi che ruotino intorno ad incubatori di start up, per esempio, non solo digitali ma, avendo la visione di credere nella storia di questa città, anche e soprattutto incubatori di start up manifatturiere.

Significa immaginare che il tessuto professionale che da sempre le ha dato la patente della creatività e della dinamicità, architetti e designer, pubblicitari e produttori cinematografici, fotografi e startupper, web designer e social media marketer, makers e nuovi artigiani, ma anche giovani avvocati e commercialisti, possano colonizzare zone periferiche della città e renderle nuovi centri di dinamicità, di incontro, di scambio di vite e conoscenze, con precise scelte politiche dell’amministrazione affinchè questo sia incentivato ed avvenga sempre di più.

Guardare a casi di successo altrui per render Milano Viva significa pensare ad una riqualificazione colorata dei palazzi delle zone più grigie come fatto in maniera straordinaria da Edi Rama a Tirana, pittore diventato Sindaco e poi Premier di uno Stato che 25 anni fa era simbolo di povertà e di emigrazione di disperati e ora lo è di creatività, vivacità e di emigrazione di molte nostre imprese.

Credere in una Milano Viva significa credere nella necessità di moltiplicare food court come quelli delle capitali del mondo, da Berlino a Singapore, il cui successo all’italiana ci è testimoniato da quella bella realtà che è il Mercato Metropolitano, che tutti noi ci auspichiamo continui dopo Expo e diventi permanente.

Volere una Milano Viva significa per esempio rivalutare stazioni della metropolitana e ancor più del passante ferroviario, che troppo spesso sono luoghi grigi, tristi e inospitali, favorendone la riconversione in luoghi di comunicazione della creatività e di cultura, inondandoli di spazi pubblicitari e contenitori gratuiti soltanto dedicati ad eventi culturali, ai teatri, ai concerti, o alle mostre più underground.

Significa rivalutare alcune delle biblioteche di quartiere sempre meno frequentate e in decadenza per via della digitalizzazione trasformandole in biblioteche tematiche, dedicate ai punti di orgoglio della città, al design e alla fotografia, alla moda o alla cultura gastronomica, che diventino quindi punto di incontro e di orgoglio dei quartieri, oltre che di attrazione turistica.

Significa richiedere al Governo agevolazioni fiscali per chi investe in imprese innovative, permettendo di detrarre le perdite dalle tasse come avviene in Inghilterra, perchè chi ha la fortuna di avere qualche soldo in più decida magari di investirlo in attività produttive e in innovazione, e non nel caro vecchio mattone che troppe volte si è trasformato in abusivismo e cementificazione.

Significa pensare a quanto fatto con Start Up Chile, dove con un investimento di 40 milioni in 5 anni sono stati finanziati a fondo perduto centinaia di start up provenienti da tutto il mondo con il solo obbligo per gli imprenditori di vivere 6 mesi a Santiago e testimoniare cosa voglia dire fare impresa da zero nelle scuole e nelle Università, diffondendo di fatto cultura del rischio e di imprenditorialità, facendo della città uno dei nuovi centri di eccellenza per l’innovazione nel mondo, e avendo un effetto sul turismo e il flusso di lavoratori qualificati strabiliante per il Paese.

A partire da risorse e punti di partenza ben diversi rispetto al Cile credere in una Milano Viva può significare dunque cominciare a diffondere la cultura dell’innovazione e del rischio d’impresa già nelle scuole medie e superiori, attraverso testimonianze volontarie.

Queste, ma potrei continuare ancora, sono solo alcune delle idee e delle proposte che dovremmo portare avanti per lo sviluppo di Milano, che può e deve essere uno specchio dello sviluppo del Paese. Se sapremo portarle avanti insieme, con positività e lungimiranza, senza farci scoraggiare dai freni e dalle muffe radicate a fondo in un Paese che tende a bloccare ogni miglioramento, riusciremo a dare un grande contributo al nostro presente prima ancora che al troppe volte rimandato futuro.