Stomachevole, porno, incita alla violenza e all’odio razziale. Sono solo alcuni degli epiteti che Sarah Vine dedica, in un pezzo sul conservatore Daily Mail, al videoclip di “Bitch Better Have My Money”, ultima fatica di quella macchina da soldi che si chiama Rihanna. Nel suo indignatissimo articolo, la giornalista britannica si scaglia contro l’utilizzo ripetuto di immagini violente e misogine, che vengono date in pasto ai tanti giovanissimi che guarderanno il video. Basti pensare, in effetti, che mentre scriviamo le visualizzazioni sono già più 18milioni. Il video della canzone racconta il rapimento e le ripetute torture (fino alla morte finale) di una ricca e bella signora bianca ad opera di una gang di tre donne spietate. Tra coltelli, bondage, droghe e sesso lesbo, la conclusione sarà l’inevitabile morte della malcapitata.

Sarah Vine utilizza l’abusatissimo parallelismo con Grand Theft Auto, il videogame già tante volte accusato di incitare alla violenza le nuove generazioni, e poi si lancia in un j’accuse che, se non fosse troppo venato di moralismo borghese, in parte potrebbe essere persino condivisibile. In effetti le immagini del videoclip della cantante barbadiana sono crude, forti, esplicite. C’è tanta violenza, c’è tortura, c’è del sadismo evidente. C’è l’odio razziale? No, quello forse no, visto che nella gang di criminali che tortura e uccide c’è anche una ragazza dalla pelle bianca.

La storia della musica, del cinema, dell’arte in generale è piena zeppa di violenza, e questa è cosa nota. E la stessa Sarah Vine ricorda Arancia Meccanica di Stanley Kubrick, evidenziando però differenze sostanziali: “La brutalità sadica di Malcom McDowell, oscuramente psicotico nel ruolo di Alex, è quello che rende il film scioccante. Ma Kubrick, – sostiene la Vine – aveva capito le implicazioni del mondo che aveva rappresentato così efficacemente. Sentiva una sorta di responsabilità per il film, e per le conseguenti azioni criminali che ne scaturivano. Rihanna quasi certamente pensa che si tratti di un grande scherzo. E poi il personaggio di Alex alle fine viene punito per i suoi crimini, mentre nel video della cantante c’è una giustificazione e glorificazione della violenza”. Amoralità, disumanità, violenza, depravazione come passatempo: ecco quello che la giornalista ha visto nel video, con l’aggiunta di vestiti griffati.

Va bene, fin qui la critica, condivisibile o meno, è lecita. Ma la Vine perde decisamente di efficacia quando, in conclusione del pezzo, si lancia in un parallelismo tra Rihanna e il personaggio che interpreta nel videoclip: “Rihanna è una superstar globale adorata da milioni di persone. Quindi il crimine, secondo la narrazione del suo video, in fin dei conti paga. Il messaggio potrebbe sembrare chiaro: se la gente non ti dà esattamente quello che vuoi, hai tutto il diritto di lanciarti in una spirale di violenza alimentata dalla droga. È questo che, nel 2015, sembra accettabile come tema da diffondere ai dodicenni attraverso una canzone”.

Ecco il moralismo, ecco la strumentalizzazione che non tiene conto di una forma d’arte che è eccessiva da sempre e che forse è così amata proprio per questo. Ovviamente poi sta ai genitori controllare i dodicenni di cui parla Sarah Vine, anche e soprattutto su Internet. Ma questa è un’altra storia.