La lacrima più triste è quella che non ha mai trovato un volto da solcare. Se c’è una cosa che ho imparato, in tanti anni di impegno nelle relazioni di aiuto, è proprio questa. Ogni persona è una storia, scritta sulla carta avrebbe le sembianze di un romanzo, ma non c’è carta a sufficienza per contenere un’esistenza. Niente della vita potrebbe essere scritto a priori, tutto è mutabile in ogni momento, per scelta o per caso. Ogni individuo porta con sé un suo dolore, più questo è stato grande, più ha dovuto essere in grado di farvi fronte per non soccombere. Non è un caso che l’arte più sublime talvolta possa nascere dai malesseri più profondi.

Non è il dolore a generare disagio, ma il dolore inespresso o il dolore negato a farlo, al contrario il dolore da sé può dare vita alle forme più sublimi di comunicazione umana. Soffrire implica opporsi alla sofferenza, generare capacità che altrimenti sarebbero rimaste sopite. Certo soffrire fa male, ma sviluppa il proprio essere in direzioni non convenzionali, la mente deve ingegnarsi, trovare forme in cui ingabbiare il dolore, se non si soccombe, intelligenza e sensibilità possono varcare i limiti.

Per ogni lacrima pianta ce ne può essere almeno un’altra che aspetta il suo momento. Amo le lacrime, mi ricordano la pioggia della quale amo lo stato di sospensione emotiva che porta con sé, quella malinconia che sembra mettere l’animo in posizione di ascolto, quel profumo che si genera dal terreno quando l’acqua tocca il suolo, è nutriente. Credo che, se la solitudine avesse un odore, sarebbe proprio quello delle gocce di pioggia a contatto con il terreno.

Colleziono lacrime, ne cerco di tutti i tipi, le più antiche sono le mie preferite, ma non disdegno neanche le più recenti, copiose a volte fanno un po’ paura, ma so anche che sono le più salutari, credo di avere un affetto sincero per quelle che rimangono sui solchi degli occhi, comprendo la loro indecisione e rendono allo sguardo quel che la vita talvolta può togliere. Talvolta ci si dimentica delle lacrime di gioia, quasi non fossero lacrime, sembrano le sorelle povere delle lacrime di dolore, ma hanno tutta una loro dignità seppure nella diversità dei sentimenti che le possono generare.

Le lacrime di rabbia sono imprevedibili, votate all’azione o al ritiro, porvi attenzione particolare è consigliabile, mentre le lacrime di compassione sembrano germogli in attesa di crescere in arbusti.
Le lacrime negate commuovono, orfane non hanno mai conosciuto cosa le ha generate, sono quelle lacrime che mai potranno guardarsi allo specchio.

Ogni lacrima corteggia il tempo per potere essere pianta, sedurre il volto di cui è figlia. Il tempo è galantuomo, ma anche tiranno, non tutte le lacrime potranno essere piante a tempo debito, alcune dovranno aspettare di essere riconosciute come tali per poter uscire dal buio che le confina.

Il tempo migliore è quello che la foglia d’autunno impiega per raggiungere terra quando si saluta dall’albero che l’ha cresciuta, il tempo migliore per le lacrime è quello impiegato per solcare il volto e raggiungere terra quando si salutano dall’animo che le ha partorite.

Per la donna si sa quanto sia più semplice piangere rispetto ad un uomo, ecco forse perché l’uomo ha tutta quella carica che può volgere più facilmente in aggressività.

Piangere non è da uomo, dicono ancora oggi, piangere è quel che fa dell’uomo quel che è, umano al pari della donna.

Solo chi si concede alle lacrime senza vergogna vive senza rimpianto.