Per uno che si spaccia per sofisticato teorico dei giochi, il ministro Yanis Varoufakis, si è autoimpalato su un errore da pivello. Era illuso che l’Ue non avrebbe mai osato cacciare la Grecia dall’unione monetaria per non infrangere la mistica dell’euro irreversibile.

Sono stati innumerevoli i segnali lanciati dall’Ue ad Alexis Tsipras e Varoufakis per avvertire che lo schianto era prossimo, ma i due hanno pervicacemente a presentare programmi risibili, privi di impegni concreti e verificabili. Richieste di sostegni incondizionati venivano reiterate ossessivamente negli intermezzi tra velleitari giri di sirtaki con la Russia di Vladimir Putin.

La verità emersa nitida in questi cinque mesi è una sola: Tsipras e Varoufakis non hanno mai ricercato un compromesso. Hanno puntato a far saltare il banco convinti di avere la mano vincente se avessero mantenuto il piglio feroce.

Fino all’ultimo, il 28 giugno a sera, Varoufakis ha provato a fare il bullo, con un tweet in cui asseriva “i controlli di capitale all’interno di un’unione monetaria sono una contraddizione in termini. Il governo greco si oppone al concetto stesso”. Il giorno dopo li ha imposti insieme alla chiusura delle banche e della Borsa.

I greci che guardano l’abisso, si sono resi finalmente conto che l’euro è un sistema fondato su valori, fiducia e responsabilità rispetto alle quali Syriza (che rappresenta solo una minoranza dell’elettorato) è un elemento estraneo in quanto sarebbe assurdo adattare l’euro alle pretese di vivere alle spalle altrui. Il destino di Tsipras era segnato: la ragionevolezza gli avrebbe alienato il consenso degli accoliti estremisti e litigiosi; l’intransigenza avrebbe portato la Grecia al fallimento, come sta accadendo.

Da mesi, mentre Varoufakis credeva di ipnotizzare le controparti, a Bruxelles e Francoforte, commiserandolo, stendevano il cordone finanziario che avrebbe sterilizzato gli effetti della Grexit e che i mercati hanno digerito senza grossi traumi. Il plebiscito farsa, ultimo rifugio dei demagoghi, rappresenta il capolinea dell’esperimento politico bolscefighetto quale che sia il risultato.

Ammesso che si tenga (date le difficoltà di organizzare una consultazione nazionale in 6 giorni), se vincono i “Sì”, il governo sarà sconfessato e privo di legittimità. Se vincono i “No” prevarrà il caos: non ci saranno soldi, né in euro, né in dracme, le banche non saranno in grado di aprire senza essere prese d’assalto, insieme ai negozi. Sperabilmente ne prenderanno nota i gli elettori dei vari apprendisti stregoni alla Le Pen, Salvini, Grillo e Podemos.

Quelli che lamentano una moneta senza basi politiche vivono fuori dalla realtà e ignorano la Storia: è sempre l’economia a determinare la politica. Senza la zavorra greca l’euro è economicamente e dunque politicamente più forte.

il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2015