Un accordo tra la Grecia e i suoi creditori era dato come sicuro solo quattro giorni fa. Poi c’è stata una chiusura improvvisa guidata dal Fmi, giorni di dialogo tra sordi e, una campagna mediatica in molti paesi, compresa l’Italia, tesa a dimostrare che andrà tutto bene anche in caso di Grexit, perché noi sì che siamo solidi a differenza di quei dilettanti dei greci. E infine l’annuncio a sorpresa di Tsipras di un referendum il 5 luglio sul piano proposto dai creditori, che nel frattempo è stato apparentemente tolto dal tavolo (ma non è detto che sia una decisione definitiva).

Adesso, qui ad Atene, mentre si leva un giorno tiepido di sole, le banche sono chiuse, i greci possono ritirare un massimo di 60 euro al giorno, non si può pagare con la carta di credito e domina l’incertezza più totale. La Bce ha dato ieri qualche giorno di fiato decidendo di mantenere l’Ela (Emergency Liquidity Assistance), e questa è una buona notizia, anche se il limite di 89 miliardi di euro è troppo basso per permettere alle banche di fare fronte al bisogno di liquidità del sistema greco. E’ per questo che le banche restano chiuse. Ma ovviamente la questione va molto oltre la chiusura – speriamo temporanea – degli istituti di credito.

Sono convinta che sia ancora possibile concludere un accordo accettabile. Ma ci vorrà prima di tutto una reale mobilitazione di tutte le istituzioni europee, dal Parlamento (che riunirà oggi su proposta dei Verdi una riunione dei capigruppo forse alla presenza di Juncker), alla Commissione e il Consiglio europeo. Sarà indispensabile un deciso cambio di atteggiamento, “emotivo” prima che politico. Richiamare testardamente i principi di solidarietà e l’obbligo che hanno tutti gli Stati membri di cooperare positivamente non è vuota retorica. E’ l’unica strada per uscire da una trappola che sta per chiudersi su tutti.

Ormai non c’è più tempo. I nemici dell’Europa, i nazionalisti, la lobby della “dracma” e gli estremisti dell’austerità marcano punti ogni giorno, senza avvicinare in alcun modo una soluzione positiva, né per la Ue né per la Grecia.

La decisione del Parlamento greco di accettare la proposta di andare ad un referendum va rispettata; ci deve però essere chiarezza sul quesito che si proporrà ai cittadini greci e una trasparenza totale che vada oltre la mera propaganda sulle conseguenze del voto. Non sono convinta che un voto negativo non avrà conseguenze sulla permanenza della Grecia nell’euro come dice Tsipras; in questo contesto, è stato positivo che in una mossa purtroppo non abituale la Commissione abbia deciso di rendere pubblici i termini precisi dei negoziati. Termini che noi Verdi europei riteniamo del tutto inadeguati ad accompagnare la Grecia fuori dalla crisi e che rimangono ancorati ad una visione di “austerità uber alles” che la chiude nel circolo vizioso denunciato più volte: più debito, più tagli e quindi ancora più debito, con l’inevitabile conseguenza della crescita zero.

Per questo motivo è importante non chiudere i giochi e andare oltre le chiacchiere e le recriminazioni. Sta alla Ue e ai governi dell’Eurozona muoversi e riaprire il negoziato esattamente dove era stato interrotto, smettendo di  chiacchierare di “chiusure unilaterali” da parte della Grecia, visto che l’offerta europea era cosi vicina ad una richiesta di capitolazione che era impossibile da cogliere davvero. Anche l’Italia deve uscire dal suo conformismo e lavorare attivamente, in un modo pubblico e visibile, più e meglio dei francesi, che ultimamente (e quasi fuori tempo massimo) stanno giocando un ruolo costruttivo. Le ultime dichiarazioni del nostro ministro sull’inadeguatezza del comportamento di Tsipras, il pedissequo adeguarsi alle posizioni di Schauble nel momento della decisione proprio non ci fanno onore e non vanno nel nostro interesse, che non è quello di illudersi di “evitare il contagio”, ma di contribuire attivamente ad una soluzione che sia soddisfacente anche per Atene. L’unico elemento che potrebbe davvero, subito, cambiare le prospettive è quello di un’apertura alla possibilità di una riduzione del debito, come chiesto nella notte anche dall’amministrazione americana, che in questa fase pare più saggia che l’Eurogruppo.

Insomma, è ancora possibile un accordo che allontani la Grexit. Dire il contrario significa contribuire a materializzarla. Per noi, sono tre gli elementi chiave dell’accordo ancora possibile.

1. Fine dell’austerità soffocante, puntando su quelle “riforme” che facilitino una dinamica economica positiva, riducendo le pretese di avanzo primario e dando maggiore spazio di manovra alla Grecia nel determinare il modo in cui si potrà raggiungere l’obiettivo concordato. Sono sicura che si possano trovare alternative al taglio delle pensioni o all’imposizione di Iva maggiorata su alcuni settori delicati. Si può anche pensare di dare una mano a riscuotere le tasse e ad evitare che gli ispettori vengano cacciati dalle isole come è già successo; peraltro, un accordo aprirebbe inoltre la possibilità di accedere al Quantitive easing della Bce, che per ora non include la Grecia.

2. Rompere il tabù della discussione sulla riduzione del debito, anche perché se tutto va a monte, le perdite complessive saranno ben maggiori rispetto ad un accordo in linea con le ultime offerte del governo greco, che pure erano state accolte positivamente all’inizio della scorsa settimana;

3. Realizzare la promessa di Juncker di massicci investimenti in particolare nei settori sostenibili dell’economia, dalle rinnovabili, all’efficienza energetica, fino alla gestione dei rifiuti e al turismo “verde”, lasciando da parte le baggianate “fossili” del ministro Lafazanis, secondo il quale “istallare pannelli solari e pale eoliche sarebbe un rischio per la sicurezza energetica della Grecia”.

Prima che i negoziati fossero interrotti, la differenza tra le posizioni negoziali in euro aveva un valore di meno di mezzo miliardo di euro (secondo fonti del Gruppo Verde al Bundestag), noccioline. Sarebbe un errore di dimensioni storiche non chiudere rapidamente questo piccolo gap, contando sul calcolo sbagliato dell’irrilevanza della Grecia per l’Eurozona o sulla priorità di punire un partner riottoso. Come diceva il filosofo greco Trasimaco “la giustizia è nell’interesse del più forte” (o di chi si crede tale).