Come quelle tedesche di due anni fa, le proteste francesi nei confronti delle rivelazioni di Wikileaks sulle intercettazioni dei vertici politici da parte dell’NSA appartengono di diritto alla categoria del teatro dell’assurdo. Per capirlo basta dare una scorsa ai documenti resi pubblici dal sito di Julian Assange: tra i report, ce n’è uno in cui viene riportata una conversazione tra l’allora presidente Sarkozy e l’ambasciatore a Washington Pierre Vimont. Il colloquio tra i due riguarda una futura visita di Sarkozy negli Usa e tra le questioni che il presidente francese vuole trattare c’è (guarda un po’) l’attività di spionaggio dei servizi segreti americani sul territorio francese. Dalle parti di Parigi, quindi, sapevano benissimo di essere spiati.

Certo, magari non immaginavano che gli 007 americani avessero in rubrica il numero di cellulare del presidente. Visto che i governi europei tollerano senza problemi che gli Usa intercettino i loro cittadini, però, non si capisce perché il Capo di Stato francese non debba sperimentare quel senso di libertà, eguaglianza e fraternità che i suoi cittadini provano ogni volta che si connettono a Internet sapendo che le informazioni su di loro saranno conservate per cinque anni su un server a disposizione dell’NSA.

Ora ci toccherà sorbire un balletto di qualche giorno fatto di proteste, smentite, precisazioni e buoni propositi. Poi tutto tornerà come prima. Esattamente com’è successo in Germania, dove lo ‘scandalo’ delle intercettazioni ai danni di Angela Merkel si è risolto con un accordo di cooperazione a livello di intelligence senza che nessuno si sia sognato di mettere in discussione il ‘diritto’ degli Stati Uniti di spiare i cittadini tedeschi.

In Italia, dove il governo offre gentilmente all’NSA un accesso diretto alle dorsali che portano i dati dall’Europa al Nord America, la questione è stata archiviata con un paio di dichiarazioni di facciata. E questo nonostante le rivelazioni di Edward Snowden riportate da Gleenn Greenwald, che hanno tratteggiato uno scenario in cui l’accesso alle infrastrutture collocate in Italia sarebbe stato usato per raccogliere informazioni sulle attività politiche nel paese.

Il nostro governo, però, preferisce mandare Matteo Renzi da Obama a spiegare che l’Italia “is a biutiful cauntri” e raccattare qualche turista in più. E c’è da capirli: perché buttare qualche ghiotto 0,0001% di Pil per ridicole questioni di principio? Non siamo mica gli americani.