Sul caso De Luca si alternano ignoranza (nella migliore delle ipotesi) e malafede (nella peggiore). La parola chiave, però, è vergogna: se – almeno – un italiano su due non vota, è anche per vicende come questa, che creano disaffezione (nella migliore delle ipotesi) e indignazione (nella peggiore) nei confronti della politica.

È una vicenda vergognosa innanzitutto perché stiamo parlando di un condannato a un anno (I grado) per abuso d’ufficio e imputato per concussione e truffa, che per queste ragioni non doveva essere candidato (ed è bene ricordare che, prima di Renzi, a candidarlo alla presidenza della Campania nel 2010 fu il Pd di Bersani, quando De Luca era già rinviato a giudizio per gli stessi reati). Giustamente la Commissione parlamentare antimafia l’ha inserito nella lista degli “impresentabili”: secondo il codice di autoregolamentazione approvato a settembre all’unanimità, i partiti si sarebbero dovuti impegnare a non presentare alle elezioni candidati anche solo rinviati a giudizio, tra gli altri reati, per concussione (art. 1); e compito della Commissione era appunto quello di verificare che la composizione delle liste elettorali corrispondesse a tale prescrizione. Nulla da eccepire, dunque, sul comportamento della Commissione; tutto da eccepire invece sul comportamento del Pd, che lo ha candidato lo stesso.

E’ una vicenda vergognosa per l’ingorgo istituzionale che ora si è generato con la vittoria di De Luca, visto che quest’ultimo dovrà essere sospeso dalla carica sulla base della legge Severino (sospensione fino a 18 mesi degli amministratori locali condannati, anche con sentenza non definitiva, per abuso d’ufficio). Come ha scritto la Cassazione di recente “non c’è alcuna discrezionalità della pubblica amministrazione sulla sospensione”, che quindi è un atto dovuto e deve essere attuata in tempi solleciti. Ma possiamo stare certi che il governo Renzi farà di tutto per dilatarli (col rischio di incorrere a sua volta nell’abuso per ritardo di atto d’ufficio), o piuttosto salvare De Luca con una modifica ad personam della Severino, nella migliore tradizione berlusconiana. Che si sia andati avanti lo stesso con De Luca, ben sapendo della sospensione dalla carica ed esponendo una delle regioni più complicate d’Italia a un vuoto istituzionale (che potrebbe protrarsi se, nel frattempo, ci dovesse essere un’ulteriore condanna in II grado), è – lo ripeto – una vergogna.

Ed è infine, e ancora una volta, una vergogna la denuncia presentata da De Luca nei confronti di Rosy Bindi: il rappresentante di un partito che denuncia la presidente della Commissione antimafia getta discredito sulle istituzioni e sulla politica tutta. Anche per le caratteristiche della triplice querela: 1) per abuso d’ufficio (secondo i legali di De Luca, l’organismo parlamentare avrebbe agito come organo di magistratura senza averne le prerogative); 2) per diffamazione (sarebbe avvenuta non nel momento dell’inserimento nella lista degli “impresentabili” ma, secondo quanto riportato dai giornali, in quello della sua diffusione attraverso i media: come a dire “ok sono impresentabile, ma è meglio non farlo sapere agli italiani”); e 3) per attentato ai diritti politici costituzionali (perché l’inclusione nella lista avrebbe penalizzato De Luca nella competizione elettorale).

Di fronte a tutto questo, non dovrebbero essere gli italiani a denunciare la politica e i partiti (il Pd in particolare, in questo caso), per attentato ai diritti politici costituzionali, con una bella class action? Non sono vicende come questa a ledere l’esercizio del diritto politico costituzionale del voto?