Yuki ha 22 anni e studia comunicazione. L’immagine un po’ sgranata di Skype la racconta graziosa e minuta. Capelli lucidissimi con frangetta, un po’ di rossetto chiaro e un inglese perfetto. Dietro di lei una camera da letto come tante, un po’ anonima. Fuori dalle finestre c’è Tokyo, una delle città più care del mondo. Forse è per questo che Yuki ha deciso di arrotondare facendo la cosleeper, cioè facendosi pagare per dormire con qualcuno. No, le prestazioni sessuali e la prostituzione non c’entrano. La moda del cosleeping non ha nulla a che vedere con sesso e trasgressione. Piuttosto riguarda la solitudine, il desiderio di avere compagnia se si è soli o se si viaggia molto per lavoro.

Il primo negozio a tema è nato proprio in Giappone, culla di tendenze e Paese in cui i genitori lasciano dormire i propri figli nel lettone quasi fino all’adolescenza. Lo ha aperto Masashi Coda, si chiama Soineya e si trova a Tokyo nel distretto di Akihabara, il regno della subcultura Otaku e degli appassionati di manga e anime. Yuki lavora qui. “Prima tutti lo definivano un “cospleeping shop”, ma adeso in tanti lo chiamano “cuddle caffè”, il caffè delle coccole –spiega- Secondo me questa definizione rende meglio quello che è il vero intento del negozio. Alleviare un po’ la solitudine e la vita frenetica di chi lavora 12 ore al giorno e magari arriva a sera e a casa non ha nessuno con cui rilassarsi o con cui condividere la giornata”.

Tenerezze sì, ma con un costo ben preciso. Chi decide di dividere le sue notti con una cosleeper deve pagare. I servizi hanno diverse tariffe. Innanzitutto bisogna fare una tessera d’iscrizione al club che di solito costa 2800 yen (circa 20 euro). Ogni 30 minuti di sonno si pagano 3000 yen (30 euro), il forfait da dieci ore costa 50000 yen, quasi 500 euro. Poi ci sono i supplementi: carezze sulla schiena, abbracci, possibilità di appoggiare la testa sulle ginocchia delle ragazze, fare e ricevere massaggi ai piedi, far cambiare d’abito le ragazze, che per la notte intera indossano pigiami rosa.

Piccoli lussi aggiuntivi che costano dai 10 ai 20 euro. Non c’è niente di romantico e, in fondo, nemmeno di rilassante. Tutto è scandito e regolato da tariffe e minutaggi. Non si può sgarrare di un minuto. Le stanze sono piccole, coperte da tende colorate e traboccanti di gadget in pieno stile giapponese, tipo pupazzi e luci colorate.  Come detto il sesso è vietato. Queste non sono case di appuntamenti e l’intrattenimento erotico è assolutamente bandito. “I clienti lo sanno benissimo –spiega Yuki – e non si azzardano nemmeno. Qualcuno ogni tanto prova a fare quattro chiacchiere o chiede di farsi cantare una canzoncina per addormentarsi, ma nessuno allunga le mani. Nemmeno lo propone”. “La maggior parte mi fa tenerezza, quasi pena –racconta la ragazza- Sono giovani molto timidi e educati, che hanno bisogno di sentire affetto e di avere un contatto fisico rassicurante con una donna. Poi ci sono tanti uomini, anche di mezza età, che lavorano anche 13 ore al giorno. Non hanno altro, sono soli. Credo che nel nostro Paese i cuddle bar funzionino perché si lavora troppo e le città sono enormi, dispersive. Creare relazioni autentiche è troppo difficile!”.

In realtà i primi ad avere questa idea non sono i giapponesi ma gli americani, che ne hanno fatto un vero e proprio business. Il pioniere è stato Jackie Samuel che ha aperto a New York The Snuggery, ovvero La Coccoleria, in cui ad essere in vendita sono gli abbracci. A Tokyo è poi sbarcata la versione aggiornata. “Per ora gli affari vanno bene – conferma Yuki – la clientela è soprattutto giapponese, ma inizia ad esserci anche qualche turista straniero. “Vengono soprattutto per curiosità. Per ora questo lavoro mi piace, ma ogni tanto arriva qualche cliente fastidioso – ammette la ragazza – Per ora va bene così, ma conto di smettere non fra molto tempo. Alla fine quella che non riesce mai a dormire e rilassarsi sono io”.