Dopo il presunto ferimento del numero uno Al Baghdadi, l’annuncio della morte del suo numero due e la notizia data dal Pentagono dell’eliminazione del ministro degli “affari energetici” Abu Sayaff, l’Isis potrebbe aver perso un’altra pedina fondamentale nello squadra di comando: dall’Iraq arriva la notizia che in un raid aereo tra i “28 terroristi uccisi”, con obiettivo un meeting dell’organizzazione vicino Falluja, c’era anche Abu Samra, considerato il regista dell’organizzazione, la mente di quei video del gruppo che hanno inondato di sangue il web e reso macabra celebrità all’organizzazione.

Tutti ricordano Jihadi John che sgozza gli ostaggi e minaccia il mondo, i boia sulla spiaggia libica che ‘giustiziano’ 21 copti e insanguinano letteralmente le acque del Mediterraneo. Oppure il pilota giordano arso vivo in una gabbia. Abu Samra era l’ideatore di quella propaganda hi-tech nella nuova internazionale del terrore. Ma a meno di un mese dall’anniversario della sua nascita, lo Stato Islamico – che comunque continua a dilagare in Iraq, Libia e Siria e ha mostrato la sua crudeltà pochi giorni fa a Kobane – sembra costretto a incassare questo colpo.

Secondo gli iracheni oltre al ‘regista’ è morto sotto le bombe anche l’americano “Abu Osama al-Amriky, esperto producer e documentarista, probabilmente il numero 2 della branca mediatica jihadista.  Il raid è stato “mirato”, fa intendere il ministero dell’Interno di Baghdad: i caccia hanno colpito un edificio a Qaim, nel distretto di Falluja, sapendo – grazie al fitto lavoro di intelligence – che all’interno vi erano numerosi leader di secondo livello dell’Isis. Il bombardamento aereo rientra infatti nell’operazione “Mustafa Al Sebhawy”, che prende il nome dal soldato iracheno catturato dall’Isis e impiccato a un ponte di Falluja.

Tra le vittime del raid, sempre secondo Baghdad, vanno contati anche “Abu Aicha Al Ansari, esperto di esplosivi, Abu Saif Al Jazrawy, un marocchino, Abu Hussein Al Sulaimani, responsabile della fondazione caritatevole dell’Isis” e soprattutto “Abdullatif Jumaa Al Mohammedy, capo delle operazioni suicide a Falluja”.

I jihadisti sono comunque asserragliati nelle proprie roccaforti, Ramadi e Mosul in testa, e la maxioffensiva per liberare le due città segna il passo. Situazione simile in Siria, dove il regime di Bashar al Assad è stato costretto a ‘digerire’ la caduta di Palmira, e dove l’Isis guadagna terreno, sia contro i filo-Assad sia contro i ribelli. Non meno critica la situazione in Libia, la nuova frontiera jihadista voluta da Abu Bakr al Baghdadi in persona. I suoi seguaci sono riusciti ad allentare la morsa su Sirte, e dopo aver conquistato l’aeroporto avanzano in tutte le direzioni, costringendo i soldati di Misurata alla ritirata. Le milizie di quella che veniva chiamata la “città martire” nel corso della rivoluzione anti-Gheddafi devono fare i conti con i crescenti attentati, anche in casa propria: un kamikaze a bordo di un’autobomba ha ucciso quattro persone nella zona occidentale. L’Isis ha rivendicato poco dopo. In questo quadro, il Parlamento libico di Tobruk ha chiesto alla “comunità internazionale, Lega Araba e Consiglio di Sicurezza dell’Onu” di intervenire e decidere “passi concreti urgenti per sostenere la Libia nella guerra contro il terrorismo”. Ancora una volta si reclamano le armi, e si chiede la revoca dell’embargo sulle forniture militari.