Ospito nel mio blog questo testo sull’Europa e le migrazioni nel Mediterraneo di Claudia De Martino, ricercatrice all’Unimed (Roma), contemporaneista ed esperta di Medio Oriente, ha conseguito il suo dottorato all’Università Ca’ Foscari di Venezia

Trent’anni fa, l’intellettuale francese Raymond Aron s’interrogava con inquietudine sugli effetti perversi della globalizzazione nascente, profetizzando: “L’inuguaglianza tra le nazioni assumerà il ruolo della lotta di classe”.

Oggi la profezia di Aron è sul punto di avverarsi: le nazioni povere si riversano in Europa, l’unico continente relativamente vicino in cui pace e stabilità si coniugano con indici di ricchezza, sviluppo e qualità della vita ancora invidiabili per il resto del mondo.

E’ del tutto normale che persone in crisi nei propri Paesi, sia per guerre che per povertà, si affannino alla ricerca di una vita migliore, correndo anche spaventosi pericoli pur di darsi una chance di riuscita e migliorare le proprie condizioni di vita appiattite sulla sopravvivenza. Tuttavia è importante anche sottolineare quanto la globalizzazione –intesa come la diffusione di standard e modelli consumistici occidentali- non faccia che acutizzare la sensazione di destituzione e impotenza a cui molte persone sono costrette nei propri Paesi, spingendole a tracciare un ingiusto e sempre perdente paragone tra le proprie condizioni di vita e quelle vigenti negli Stati più ricchi.

La domanda è, dunque, se fosse possibile prevedere gli attuali flussi nel Mediterraneo –219.000 migranti nel 2014 secondo le stime Unhcr, di cui 3.500 han perduto la vita, e 31.500 solo dall’inizio del 2015- o se essi siano il frutto di contingenze politiche legate all’instabilità della Riva sud e alle crisi che sconvolgono contemporaneamente la Libia, il Sahel, il Corno d’Africa (soprattutto la durissima dittatura eritrea e lo “Stato-fallito” della Somalia), la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan tra tanti.

Se è ovvio che nel caso della Siria – ad oggi quasi 4.000.000 rifugiati, di cui solo lo 0.6% accolto in Europa, in prevalenza in Germania e Svezia (10.000 rifugiati ciascuna) – e della Libia -in cui il crollo del regime Gheddafi ha favorito il transito di stranieri dal continente africano verso la Ue portando il numero di migranti dai 63.017 del 2011 ai 219.000 del 2014- siano il prodotto di una congiuntura politica parzialmente imprevedibile, i flussi migratori umani da Paesi come Bangladesh, India, Sri Lanka, Ghana, Costa d’Avorio, Guinea, Paesi centrafricani e Marocco, non hanno origine in una contingenza legata alla guerra, ma ad una condizione strutturale di diseguaglianza nel mondo.

Un dato forse sorprendente è, infatti, che una parte degli immigrati in fuga non provenga dai Paesi più poveri, ma da quelli che si collocano al di sopra della soglia di povertà, ma senza aver raggiunto standard di vita considerati “globalmente” soddisfacenti. Tra questi, ad esempio, la Libia, l’Algeria e la Tunisia e il Marocco, che si collocano tutti in una fascia medio-alta di Hdi (Indice di sviluppo umano). Ovviamente, tale indicatore stilato dall’Undp non concorre a spiegare la distribuzione interna della ricchezza ed è per questo che le stesse Nazioni Unite si sono convinte di una sua correzione, elaborando nel 2011 un nuovo indice di sviluppo umano, che tiene conto delle disuguaglianze interne ai Paesi (Ihdi). Tuttavia, il dato da solo basta ad evidenziare che la migrazione non avvenga solo per congiunture imprevedibili come guerre, disastri ambientali o fame, ma anche per gli effetti di lungo termine della globalizzazione – i cosiddetti “migranti economici”-, come ben aveva previsto Raymond Aron.

La risposta europea a questo fenomeno strutturale si presenta doppiamente inadeguata, e questo per due ragioni: la prima è che intende rispondere all’immigrazione di massa come ad un’emergenza umanitaria, affrontando così – e solo parzialmente – il flusso migratorio prodotto dal collasso di Stati e dalle guerre, ma non quello strutturale in provenienza da altri Paesi che non attraversano nessuna crisi particolare, ma che godono di un minore grado di prosperità e democrazia; la seconda è che non si sofferma sulle giustificazioni morali della migrazione – l’immaginario dei migranti, ma anche la loro percezione dell’Europa -, che sono altrettanto importanti delle cause economiche, politiche e sociali.

Per quanto riguarda il carattere strutturale della migrazione da Paesi terzi non coinvolti in guerre o crisi umanitarie, l’Unione Europea non solo non ha elaborato una risposta convincente e un programma sostenibile, ma ha cambiato “agenda” e narrativa da prima a dopo la crisi economica del 2008. Se, infatti, nel 2006 (Dichiarazione Congiunta Ue -Africa di Tripoli), la Commissione continuava a parlare di “gestione bilaterale dell’immigrazione”, di permessi temporanei di lavoro e di “migrazione stagionale e circolare” con il coinvolgimento di governi terzi, dopo il 2008 tutti (o quasi) i governi europei riducevano drasticamente le loro quote migratorie regolari, senza che la Commissione intervenisse. I permessi di entrata per lavoro venivano praticamente cancellati in Italia (2009), a parte i lavoratori stagionali nell’agricoltura, e severamente ridotti in Slovenia, Portogallo, Croazia, Spagna e Gran Bretagna o condizionati a criteri di reddito e al possesso di alte qualifiche professionali utili alla UE (Polonia, Estonia, Austria, Germania (blue cards). La risposta alla crisi economica è stata, dunque, rifiutare il carattere strutturale delle disuguaglianze, mantenutesi tali ben oltre la crisi economica.

In secondo luogo, per quanto riguarda le giustificazioni morali dell’immigrazione, l’Europa ha scelto deliberatamente di ignorare il fatto che molti immigrati ritengano di avere il diritto di immigrare in Europa, sebbene tale convinzione non si radichi affatto in una diritto costituito e legalmente ancorato ad un articolo o principio di diritto internazionale. La loro convinzione si origina nell’onda lunga del colonialismo, di cui l’Unione Europea non si considera erede – in quanto non esistente, nemmeno come Cee, prima del 1957 -, ma che è percepita da molti migranti (e dai loro capi di Stato) come il Governo di un continente che ha ancora un debito aperto con i Paesi ex colonizzati. Una convinzione ben evidenziata da Cristopher Caldwell, giornalista del Financial Times, nel suo polemico libro sull’immigrazione in Europa (“Une Révolution sous nos yeux, Comment l’Islam va transformer la France et l’Europe”, Toucan, 2009), che riporta una dichiarazione del dittaore del Gambia Yahya Jammeh: “Per compensare lo sfruttamento del nostro Paese da parte dell’Inghilterra, i nostri giovani avranno il diritto di soggiornare in Gran Bretagna per almeno 359 anni”.

Se non si scioglieranno questi due nodi, – la “questione morale” delle aspettative e delle rivendicazioni legate al colonialismo e la “questione sociale” delle migrazioni come inevitabile corollario della globalizzazione -, l’attuale “Piano Juncker” di portare il numero di rifugiati e migranti regolari ammessi nella Ue a 40.000 all’anno -ripartiti tra tutti i 28 Paesi Ue -, non servirà che a tamponare la punta di un fenomeno sociale molto più grande, che continuerà a premere sul continente europeo con ogni mezzo.