Un sistema politico sempre più frammentato, instabile, spezzato al proprio interno. Le elezioni inglesi decretano il trionfo dei conservatori – inatteso sino ai momenti immediatamente precedenti la chiusura dei seggi – ma lasciano in eredità una Gran Bretagna divisa, sul punto di abbandonare la geografia politica e sociale che ha conosciuto per decenni. Da affrontare, nei prossimi mesi, ci sono le richieste di un referendum sull’uscita dall’Europa chiesto a gran voce dallo Ukip; c’è l’ascesa irresistibile dello Scottish National Party, che mostra ormai la creazione di un Paese, la Scozia, praticamente staccato dalla Gran Bretagna. Soprattutto, ci sono le sempre più forti richieste di passaggio a un nuovo sistema elettorale, quello proporzionale. Il Parlamento che esce dal voto di ieri viene infatti visto, da molti inglesi, come non rappresentativo della realtà politica e della volontà popolare.

Il maggioritario inglese ha, ancora una volta, garantito la stabilità politica del Paese. I Tories di David Cameron si avviano a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi, lasciando dietro di loro i laburisti di Miliband, che calano ulteriormente rispetto al già cattivo risultato del 2010, e i lib-dem di Nick Clegg, in calo di ben 36 seggi. Il problema è che il maggioritario che ha prodotto questo risultato è ormai messo in discussione, in modo sempre più aperto, dalla maggioranza della popolazione. Il 60% degli inglesi, secondo un sondaggio pubblicato da “The Independent” nei giorni precedenti il voto, vuole infatti il passaggio al proporzionale, che sarebbe più capace di riflettere davvero gli orientamenti della popolazione.

Facciamo un esempio. Lo Ukip, su base nazionale, dovrebbe attestarsi intorno al 13% dei consensi. E’ il terzo partito di Gran Bretagna, dopo conservatori e Labour. In termini di seggi, manda a Westminster un solo deputato. Lo Scottish National Party si aggira invece intorno al 5%. Concentrando però il proprio voto in Scozia, ottiene 56 deputati. E’ questa – apparente – assurdità, che nelle scorse ore un deputato della formazione euroscettica ha sottolineato. Douglas Carswell, l’unico membro dello Ukip che ha per il momento conquistato un seggio nella costituency di Clacton, ha pubblicato sul suo account Twitter un grafico che mostra la discrepanza tra voto reale e seggi conquistati a Westminster. “Ukip e verdi hanno preso quattro volte i voti dello Scottish National Party – ha scritto Carswell – eppure lo S.N.P. manderà molti più rappresentanti a Londra”.

La stessa frustrazione è stata espressa da Caroline Lucas, che era stata il primo deputato verde nel Parlamento inglese, nel 2010, e che è stata rieletta nel suo seggio di Brighton. “Queste elezioni rappresentano il più grosso risultato, in termini di voti reali, per i verdi inglesi”, ha detto la Lucas nel suo “discorso della vittoria”. Eppure, “quest’anno manderemo a Westminister appena due deputati. Si tratta di una ovvia ingiustizia, che mostra quanto il sistema elettorale britannico sia ormai marcio e che si debba passare al proporzionale”.

Gli stessi temi sono stati elaborati in molti modi durante la campagna elettorale. “Gli inglesi sentono che il loro voto non vale, e che comunque votino, non riescono davvero a influenzare le decisioni dei politici”, spiega a IlFattoQuotidiano.it Nikiforos Panourgias, professore all’Università di Leicester. “L’impressione è che chi vive nel villaggio di Westminster sia del tutto rimosso dalla vita reale della gente – aggiunge Sheila Lower, che dirige il think-tank Politeia – un’impressione che un sistema come quello maggioritario finisce inevitabilmente per aumentare”.

Se quindi le richieste di un cambiamento del sistema elettorale percorrono larghi settori del Paese, non sembra che, nell’immediato, queste richieste possano essere ascoltate. Il nuovo governo conservatore, graziato proprio dai meccanismi del maggioritario, non ha alcun interesse a rivoluzionare il modo di votare e distribuire il potere. I lib-dem, che tradizionalmente sono più sensibili al richiamo del proporzionale, hanno conosciuto una débacle storica e, anche se torneranno al governo, non potranno influenzare le decisioni della maggioranza Tory. I critici lanciano però l’allarme. Se il nuovo governo non interverrà, attenuando almeno in parte il meccanismo del First-Past-the-Post, quello che domina il maggioritario secco, la Gran Bretagna rischia di spezzarsi e di apparire ancora più divisa di quello che in effetti è. Il sistema spazza infatti via le differenze e le sfumature politiche delle diverse aree, facendo apparire il Paese come un
puzzle di blocchi in contrapposizione tra loro. Non è un caso che in un editoriale apparso giovedì sera sul sito della Cnn, l’analista politico Will Marshall azzardava il paragone con l’Italia: “E all’improvviso la vecchia, posata Gran Bretagna sembra come l’Italia”.

“Un solo Paese, un Regno Unito”, ha detto David Cameron, nel discorso in cui ha salutato la vittoria dei suoi Tories. Ma il Regno, al momento, sembra molto meno unito di quanto il presente, e futuro, primo ministro britannico voglia e debba sperare.

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