Quattro momenti e luoghi della storia italiana tra il 1943 e il 1945, in cui si ergono e disfano feroci dittature (Salò) e “Stati liberi” (Repubblica di Montefiorino), in cui la cieca violenza cancella ogni anelito alla vita (Marzabotto), dove la Resistenza incrocia nel sangue le proprie divisioni interne (Porzus). Tappe geografiche, puri avvenimenti storici politicamente imparagonabili tra loro, di un immaginario percorso del ricordo a 70 anni dalla Liberazione dal nazifascismo.

Salò
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la liberazione, 4 giorni dopo, di Benito Mussolini sul Gran Sasso da parte dell’esercito tedesco, i resti del Partito Nazionale Fascista vengono ricomposti sulle rive del lago di Garda tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre del 1943. La cittadina a sud ovest del lago, con poco meno di 10mila abitanti, diventò simbolicamente il luogo da cui il Duce e il governo della Repubblica Sociale Italiana organizzarono le loro operazioni sotto lo stretto controllo hitleriano. A Salò avevano sede il ministero degli Esteri, quello della Propaganda (il MinCulPop), l’agenzia di stampa Stefani; mentre gli altri ministeri avevano sedi sparse in altre città del Nord Italia. Il 10 ottobre Mussolini si trasferisce a villa Feltrinelli di Gargnano, ad una decina di chilometri da Salò, maniero sequestrato all’industriale lombardo, perché tutte le ville della cittadina lombarda erano già state occupate dagli ufficiali tedeschi. Nei 19 mesi in cui rimase in carica quello che venne definito più volte un “governo fantoccio” più che realizzare le ipotizzate riforme costituzionali, si dedicò ad organizzare una sanguinosa guerra contro le forze partigiane. “Gli fanno da guardia (a Mussolini, ndr) una trentina di SS che in pratica lo tengono prigioniero. Senza il loro consenso non si muove foglia”, scriverà Silvio Bertoldi in Salò (Rizzoli). Tra i tanti riferimenti artistici a Salò spiccano il film di Pier Paolo Pasolini (Salò e le 120 giornate di Sodoma – 1975) e un brano di Francesco De Gregori (Il cuoco di Salò, 2001).

Porzus
Il 7 febbraio 1945 nelle malghe di Porzus tra Faedis e Attimis in provincia di Udine, un distaccamento di 100 uomini dei Gap garibaldini del Friuli legati al Partito Comunista Italiano cattura un intero comando delle Divisioni Osoppo (formazioni partigiane facenti capo alla Dc e al Partito D’Azione) e sotto l’accusa di attesismo e intesa col nemico, prima uccidono tre di loro (tra cui il capitano Francesco De Gregori, zio del cantante), poi spostandosi e disperdendosi verso la pianura fino al 18 febbraio ne ammazza altri 14, tra cui Guido Pasolini (fratello di Pier Paolo). Solo due di loro, fingendosi morti, si salveranno. L’eccidio di Porzus è l’apice di una divisione ideologica e politica nelle file dell’unità resistenziale friulana che si acuisce verso il finire dei tre anni di lotta per la Liberazione quando la Divisione Garibaldi “Natisone” si aggrega ai partigiani comunisti sloveni e a loro volta i partigiani della Osoppo accettano di parlamentare con fascisti e nazisti senza giungere ad alcun accordo. Quando nel 1997 il regista Renzo Martinelli girò il discusso film su quella strage diversi rappresentanti delle istituzioni di quei luoghi si opposero alla possibilità di diventare set per il film. I due comandanti della brigata garibaldina sono stati condannati all’ergastolo e un’altra quindicina di componenti a 30 anni.

Marzabotto
Tra l’agosto e l’ottobre 1944, tra le valli del Reno e del Setta, attorno alla località di Marzabotto, a pochi chilometri da Bologna, avviene il più imponente massacro di civili in Europa durante la seconda guerra mondiale: 955 morti a seguito di decine di rappresaglie effettuate dalle SS di Walter Reder e dalle componenti collaborazioniste fasciste. Nella zona, dai primi mesi del ’44 all’estate dello stesso anno, si erano ingrossate le fila della Brigata Stella Rossa, comandata dal partigiano Lupo, Mario Musolesi: da poche decine a oltre 800 effettivi, che grazie ai continui successi nella guerriglia avevano ucciso centinaia di nemici e creato non pochi problemi ai nazisti. La vendetta della 16esimo Battaglione della SS Panzer Grenadier Divison raggiunge l’apice tra il 29 settembre e il 5 ottobre quando ogni casolare viene setacciato e chiunque, vecchio o giovane che sia, viene ucciso: solo nel cimitero di Casaglia a Monte Sole vengono mitragliate a morte in pochi istanti 195 persone tra cui 50 bambini. Nelle stesse ore muore anche Lupo in circostanze mai del tutto chiarite. Il regista bolognese Giorgio Diritti ha girato nel 2009 un film, L’uomo che verrà, che ricostruisce in chiave romanzata ma parecchio realistica gli eventi di quei giorni. Reder venne condannato all’ergastolo nel 1951. Anche altri dieci militari tedeschi presero l’ergastolo, ma solo nel 2008 dopo il ritrovamento nel 1994 di alcuni fascicoli nella corte militare d’appello di Roma all’interno del cosiddetto “armadio della vergogna“.

Montefiorino
Tra il 17 giugno e il 1 agosto 1944 si forma nel comune modenese di Montefiorino e in diversi paesi attorno, la prima Repubblica partigiana dove si affiancano partigiani comunisti, cattolici e laici. Il 25 giugno 1944 dopo 20 anni di dittatura fascista si insedia, dopo elezioni libere, la prima amministrazione comunale elettiva. Tra partigiani e civili che accorrono in quell’area la popolazione si moltiplica raggiungendo diverse migliaia. La guerriglia si trasforma però in guerra di difesa e i nazisti contrattaccano subito. Di particolare efferatezza l’attacco di 200 tedeschi della Feldegendarmerie di Pievepelago che entrano in paese e uccidono decine di persone senza motivo tra cui un bimbo di 10 anni che viene pugnalato. I rastrellamenti continuano incessanti e il 9 agosto la “Repubblica” cade definitivamente e i gruppi partigiani superstiti fuggono tra le montagne. Il 20 gennaio 1945 si riformerà, questa volta in maniera definitiva, tra la valle del Dolo e la sponda sinistra del Dragone, un nuovo nucleo di “Repubblica” libera, amministrata dalle forze antifasciste nella quale i tedeschi non riusciranno mai più ad entrare. “Non si possono equiparare le violenze e i delitti di cui si macchiarono alcuni partigiani nel Dopoguerra – ha scritto Ermanno Gorrieri, partigiano cattolico, protagonista dell’esperienza di Montefiorino, nel suo libro Ritorno a Montefiorino – con le torture inflitte sistematicamente, sia dai nazisti che dai fascisti, agli arrestati per costringerli a parlare e con le inumani stragi perpetrate a Monchio, Susano e Costrigniano (18 marzo ’44, parte del comune di Montefiorino, ndr) in cui furono distrutte famiglie intere e assassinati perfino bambini in tenera età“.