Un cantautore che scava nella memoria popolare per trasformare in musica e parole la tradizione. Dopo il suo ultimo lavoro sulla Grecia, “Rebetiko Gymnastas”, e a undici anni di distanza dal suo primo apprezzato romanzo “Non si muore tutte le mattine”, Vinicio Capossela torna sugli scaffali delle librerie con “Il Paese dei coppoloni” e ottiene la candidatura al prestigioso premio Strega. Il libro, scritto in ben 17 anni, è un viaggio attraverso miti e leggende che porta nel cuore dell’Irpinia, dove ci sono le sue origini e, soprattutto, una cultura contadina di cui “l’Italia è rimasta orfana. – dice Capossela – Ho cercato di restituire ricchezza a questo vuoto colmo di voci”. Iniziando a sfogliare il libro non possiamo non partire dalla copertina che, spiega l’autore, “è un quadro che viene fuori dal libro stesso perché è stato dipinto da uno dei personaggi e raffigura un vicolo con un orologio fermo. Non si capisce che è fermo guardandolo ma io so che è così perché sotto quelle lancette mi sono fermato a lungo in questi anni e ho toccato questo tempo fermo. Una parte di questo paese si è bloccata. Il tempo fermo è il tempo del racconto ed è un accesso al mito. Il mito, alto o basso che sia, ci permette di andare un po’ oltre noi stessi, di condividere la storia e meravigliarcene. Il tentativo del libro è quello di ripararsi sotto lancette ferme per dare voce a un patrimonio che ci appartiene e riguarda come uomini prima ancora che come cittadini”.

Parli di un luogo in cui hai radici ma che non ti è familiare…
Questo libro si è stratificato in un percorso di 17 anni in ere mitiche piuttosto vicine a ciò che conoscevo. Io non sono cresciuto in quei luoghi ma li ho soltanto vissuti nel racconto, che consente una distanza importante, rende quasi immateriali le cose e le colloca in una dimensione condivisibile. Non parlo di un solo paese ma dell’Italia, che è fatta di un osso. La dorsale appenninica che la attraversa è composta da luoghi distanti ma simili tra loro e uniti da forti comunanze, a prescindere dalla loro latitudine. Si dice che le grandi bestie muoiano di coltello, non di morte naturale, e la civiltà contadina in quell’area è morta di coltello, poiché la sua scomparsa è coincisa con il sisma. Ha affrettato il procedimento che è avvenuto in tutto il resto del paese. Le zone di entroterra sono la struttura ossea del paese. Questo entroterra, storicamente considerato come luogo di approvvigionamento, è sempre più abbandonato, soggetto a spopolamento. Capire cosa succede è importante perché se perdiamo l’entroterra e come perdere le retrovie in cui ritirarci. Questo è un libro mitologico ma che non trascura la contemporaneità.

“C’è la terra ma non ci sono più i cristiani” scrivi ad un certo punto…
C’è una serie di domande tipica del territorio: chi siete? A chi appartenete? Cosa cercate? E quando ve ne andate? Da quest’ultima sembra che sia una terra abituata a non trattenere chi vi si reca. Il paese dei coppoloni è una piccola contea che tutti vedono ma nessuno ci va. La terra sembra si infastidisca dell’uomo, come dimostra anche la sua attività sismica. Questo libro è come un epica funebre. Una volta il morto veniva cantato ripercorrendone l’intera esistenza, così col racconto quasi ci si abituava alla sua dipartita. Nella cultura contadina quando qualcuno muore si dice ancora adesso: “è andato al mondo della verità”. E’ un espressione straordinaria che forse ci fa capire perché Gesù quando Pilato gli chiede cos’è la verità non risponde. Il mondo della verità è più straordinario dell’inferno o del paradiso, perché è dove le cose appartengono alla vera essenza.

Qual è dunque la ricchezza di questi luoghi?
Questo vuoto ha in se un grande ricchezza ed è soltanto a patto di fermarsi ad ascoltare che ci dà non solo acqua ma anche vino. Io l’ho chiamato Guarramonio questa specie di demonio/spirito che rinnova le cose che lui ha distrutto. Questo è il grande segreto, il tesoro della terra dove mancano i cristiani: il vuoto può essere colmato, riempito, dal pieno c’è solo da scappare.

Che rapporto c’è tra la tua musica e la tua scrittura?
La prima musica scrivendo il libro sta nella lingua che si sceglie di usare. Il canto epico ha una metrica, ha qualcosa di musicale e seconde me l’unica lingua che può rendere più universale una materia che proviene da un localismo stretto è segnata da un dialetto, da forti codici e barriere all’ingresso. Però c’è una musicalità e una forza che ho provato a rimodulare in questa forma trasponendo in un’umana commedia le vicende e la lingua che si parla. C­’è anche un’oggettiva ricerca di musica e musicanti. Uno dei primi espedienti narrativi è la casa dell’eco, che è un punto fondamentale del racconto, sono musiche che hanno perso il corpo ma hanno mantenuto una voce che si propaga nell’eco. Ci sono molta musica e musicanti perché è divertente vedere quant’è variegato e composito il patrimonio musicale degli entroterra. Sono tutte musiche pre-omologazione di cui c’è ancora l’eco.

Oltre ad essere scrittore sei anche un vorace lettore, cosa ti affascina dei libri?
Libro e libero differiscono solo per una “e” in mezzo che è esattamente ciò che li fa andare a braccetto ma le statistiche dicono che leggiamo sempre meno. Credo che i libri non servano a farci vivere altre vite ma a farci riconoscere le nostre, quello che abbiamo dentro.

Istruzioni per addentrarsi nel “Paese dei coppoloni”?
E’ un libro fatto di sentieri e quando si seguono dei sentieri a volte ci si perde, ci si ritrova più avanti, si trovano delle indicazioni, spesso sono strade tortuose. La strada c’è ma segue i rilievi come quelle antiche e questo è il modo di raccontare che ho seguito. Se volete l’autostrada prendetevi Baricco!