Il quarto Stato della Francia pre-rivoluzionaria c’è anche nell’Italia del XXI secolo. A cambiare è solo la definizione: oggi si chiama Terza società ed è composta da nove milioni di italiani (spiccano i giovani e le donne) “esclusi“, che non lavorano o lo fanno in nero, senza alcuna garanzia. Tutti insieme rappresentano il 29,7% delle forze di lavoro e in più della metà dei casi vivono nel Mezzogiorno. Secondo la ponderosa ricerca sulla disuguaglianza della Fondazione David Hume anticipata da Il Sole 24 Ore, è l’aumento del loro peso percentuale sul totale dei cittadini, andato di pari passo con l’allargarsi dello storico divario Nord-Sud, che ha determinato l’aumento della disparità tra ricchi e poveri nella Penisola durante gli anni della crisi.

giniDal 1993 in Italia il grado di disuguaglianza, misurato con l’indicatore più attendibile che è il cosiddetto “coefficiente di Gini“, oscilla intorno a un valore di 0,33, più basso rispetto alla media dei Paesi Ocse e inferiore a quello del 1973, quando si attestava a 0,37. Tuttavia durante la recessione si è registrato un andamento “a V”: dopo essere calato intorno al 2008-2009, in seguito l’indice è tornato a salire. “Come se la crisi avesse prima penalizzato e poi premiato i ricchi”, chiosa Il Sole. Non solo: la distribuzione della ricchezza tra Nord e Mezzogiorno si è ulteriormente divaricata soprattutto a causa dell’aumento dell’indice di Gini interno alle regioni del Sud.
Nel frattempo, appunto, è aumentata in modo esponenziale la consistenza della “Terza società”: nel 2006 gli outsider senza diritti acquisiti e senza un’occupazione stabile erano poco più di 7 milioni, il 24,7% delle forze di lavoro, nel 2009 erano saliti a 7,6 e nel 2012 hanno superato quota 8 milioni. Poi l’ulteriore boom, che ha portato il numero complessivo a 8,99 milioni di cui 3,2 milioni di occupati in nero, 2,9 milioni che non cercano attivamente lavoro e 2,8 milioni di disoccupati in cerca di un posto. Il rapporto paragona il loro peso percentuale con quello degli altri Paesi Ocse, arrivando alla conclusione che è il quinto più alto dopo quelli di Grecia, Croazia, Spagna e Bulgaria. La media Ocse si ferma al 17,2%, quella dell’Unione europea è al 20,2.

usa giniDopo lo scoppio della crisi il fenomeno dell’arricchimento progressivo del cosiddetto 1%, cioè il vertice della piramide della ricchezza, si è verificato nella maggior parte delle economie avanzate, a partire dagli Stati Uniti. Dove la distribuzione non è peggiorata in modo significativo a partire dal 2009, ma il reddito del top 1% della popolazione è passato dal 16,68% del totale al 17,54 per cento. Nello stesso periodo il 10% più agiato è passato dall’avere il 45,47% della ricchezza al 47,01 per cento. Sul fronte opposto, i cittadini Usa considerati “poveri” dall’U.s. Census Bureau hanno toccato, nel 2013, quota 45,3 milioni. Prima del 2009 il “muro” dei 40 milioni non era mai stato superato.

In generale, la disuguaglianza all’interno dei singoli Paesi mostra un forte incremento a partire dal 1982, anche in seguito al boom di Cina e India che hanno visto formarsi per la prima volta una classe media e un drappello di super ricchi. Ma anche lasciando fuori Pechino e Nuova Delhi l’indice mostra un rialzo a metà anni ’90, per poi mantenersi stabile. Difficile però dare un giudizio complessivo, perché le diverse aree del mondo hanno sperimentato dinamiche molto diverse: in Russia e negli altri Paesi dell’ex blocco comunista la disuguaglianza ha fatto un balzo all’insù dopo la caduta dell’Urss, passando da un Gini poco superiore a 0,2 a un picco dello 0,38 a fine anni Novanta, per poi assestarsi a 0,35. Cina e India hanno fatto registrare, sempre a partire dagli anni Novanta, un aumento dei divari fortissimo ma più graduale. Mentre il “blocco” dell’Europa occidentale e quello statunitense hanno visto le disparità salire in modo più misurato ma costante. Al contrario, l’America Latina e la maggior parte dei Paesi africani hanno messo a segno un calo dell’indice dalla fine del secolo scorso in avanti.

Il verdetto è più chiaro se si allarga lo sguardo alle disuguaglianze tra Paesi. Soprattutto, anche qui, per effetto delle eccezionali performance economiche cinesi e indiana, a partire dal 1980 il divario tra i cittadini del globo ha iniziato a scendere, a ritmo sempre più veloce a partire dal 2000. Nel 2012, il valore dell’indice di Gini era a 0,45, contro lo 0,57 del 1980. Anche escludendo India e Cina, peraltro, la tendenza resta la stessa, anche se meno marcata. Un esito a cui ha contribuito pure il parallelo rallentamento delle economie avanzate. Nel complesso, dunque, il pianeta risulta un po’ meno “disuguale”.

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