Il vertice europeo straordinario sull’immigrazione tenutosi  l’altroieri a Bruxelles mostra in tutta la sua crudezza la sproporzione tra l’urgenza dell’accoglienza dei migranti e le risposte dell’Unione europea.

Il Consiglio europeo ha mostrato con chiarezza che la priorità dei nostri leader nazionali non è affatto quella di salvare vite e affrontare l’afflusso di rifugiati e richiedenti asilo, ma continuare ad impedirne o limitarne al massimo l’arrivo, perché questa non è una priorità per i governi, non serve ad accumulare consenso e gli appelli al dovere morale cadono in orecchie sorde e indifferenti. L’imperversare di messaggi qualunquisti e disinformati sui media impedisce un dibattito serio su questioni così delicate, che hanno appunto bisogno di delicatezza e attenzione ai fatti e non di grossolana demagogia. Non è possibile vincere le paure e preoccupazioni delle persone, già molto inquiete per la salvaguardia della loro qualità di vita, se si continua a propinare loro bugie e semplificazioni manipolatorie. I capi di governo riuniti a Bruxelles hanno parlato d’altro, non avevano interesse a darsi gli strumenti e la strategia per rispondere alla sfida non tanto e non solo dei barconi, ma del conflitto in Libia, Eritrea o Somalia e dell’urgente bisogno di aiutare chi vuole legittimamente fuggire dalla morte certa.

Eppure questa strada è votata al fallimento. Come sono miseramente fallite le ricette della Lega al governo, che non hanno impedito l’arrivo di centinaia di migliaia di persone, ma in compenso hanno reso inutilmente più difficile e miserabile la loro vita, ancora più complicata la loro integrazione e impopolare la loro presenza. Invece si può e si deve fare altro. Inutile illudersi che si possa lasciare fuori tutta la miseria del mondo per non organizzarsi a prenderne almeno una parte.

Questo non è buonismo, ma pragmatismo puro e semplice.

Ho sottolineato in più occasioni come si potrebbe affrontare la situazione con strumenti giuridici e di bilancio, sottraendo ad esempio le spese per i rifugiati alla base di calcolo per il patto di stabilita’ o ricorrendo a una parte dei fondi europei non utilizzati per finanziare l’accoglienza. È falso affermare che la prima potenza economica del mondo non possa organizzarsi per accogliere temporaneamente una piccola parte dei 40 milioni di profughi che vagano nel mondo. È solo un problema di priorità.

Sono in più di 3 milioni i siriani che hanno lasciato il Paese eppure solo poco più che 90.000 sono arrivati in Ue, il resto si divide tra Giordania, Libano e Turchia.

E perché non dare più spazio che agli urli di Salvini ai rapporti di Amnesty, che sottolineano ad esempio come la Dg Affari interni della Commissione europea abbia stanziato quasi 4 miliardi per il periodo 2007-2013 ma che quasi metà di questi fondi serva a controllare le frontiere esterne dell’area Schengen e solo il 17% di questa somma serva a sostenere le procedure di asilo e integrazione per i rifugiati. Il contrasto tra la spesa per i controlli alle frontiere e il sostegno ai rifugiati è ancora più forte se si guarda alle spese dei singoli Stati. Per quanto riguarda il programma Solid (Solidarity and Management of Migration Flows Programme), ad esempio, un Paese come l’Ungheria, che ha meno frontiere esterne che l’Italia, ha dedicato solo l’8% ai rifugiati e ben il 74% al controllo alle frontiere. Tutto questo va rivisto e ristrutturato in maniera razionale.

L’Economist parla in queste ore di “nightmare nostrum“. Non potrebbe avere più ragione. Eppure nulla in questo dramma è inevitabile. Basterebbe volerlo affrontare con la stessa determinazione con il quale si controllano i conti della Grecia, si salvano le banche o si investono soldi pubblici per comprare aerei militari.