Si allunga ogni giorno, nelle ultime settimane, l’elenco dei magistrati e dei politici che, sebbene con intensità diversa, suggeriscono al governo di intervenire sulla disciplina delle intercettazioni limitandone il meno possibile l’utilizzo nel processo e circoscrivendone, invece, il più possibile il regime di utilizzabilità del loro contenuto da parte dei giornalisti.

Proposte e posizioni dei Procuratori della Repubblica di Roma e Milano, di quello di Reggio Calabria o di Raffaele Cantone, oggi a capo dell’Autorità nazionale Anticorruzione, hanno il loro minimo comun denominatore proprio nell’idea che pur di lasciare gli inquirenti il più liberi possibile di ricorrere alle intercettazioni sia giusto o, almeno, accettabile, un giro di vite – che ha, obiettivamente, tutto il sapore di un bavaglio – sulla disciplina in materia di pubblicabilità del contenuto delle intercettazioni con sanzioni pecuniarie severissime a carico degli editori o, addirittura, il carcere per i giornalisti.

Si propone nella sostanza – ed è difficile dirlo con parole diverse per quanto queste risuonino dure – un baratto tra la libertà degli inquirenti di fare il loro lavoro nel modo migliore e più efficace possibile anche attraverso le intercettazioni e la libertà dei giornalisti di fare il proprio e, soprattutto, quella dei cittadini di sapere, capire, informarsi.

La Giustizia, nella sostanza, chiede al governo un salvacondotto per la propria attività indicando che il prezzo di questo salvacondotto potrebbe essere rappresentato da una compressione della libertà di informazione.

E’ un approccio comprensibile da parte di chi ha ben presente quanto più difficile sarebbe fare indagini ed amministrare giustizia in un Paese nel quale uno strumento prezioso come quello delle intercettazioni fosse confinato ad una manciata di eccezioni nell’ambito del codice di procedura penale ma, ad un tempo, è un approccio non condivisibile che appare basato su alcuni importanti equivoci di fondo.

Il primo è che la libertà di informazione, quella di fare cronaca, anche giudiziaria e soprattutto quella di accedere alle informazioni, ovviamente nei limiti dell’interesse pubblico – o per dirla con le parole del Presidente dell’Authority per la privacy in quelli del “pubblico interesse” – non è una merce di scambio e non è negoziabile né sacrificabile neppure su un altare tanto centrale per la democrazia come quello del processo e dell’amministrazione della giustizia.

E’ fuorviante, preoccupante e distorce prepotentemente la realtà porre il diritto-dovere di giudici ed inquirenti fare il proprio lavoro nel modo più efficace possibile su un piatto della stessa bilancia sulla quale, poi, si pone il diritto-dovere dei giornalisti di raccontare la società e, soprattutto, quello della collettività ad informarsi e sapere. Non esiste alcuna correlazione funzionale, giuridica, costituzionale tra questi due insiemi di diritti, libertà e doveri egualmente preziosi ed irrinunciabili sul piano democratico.

Guai se passasse il principio per il quale mettere un bavaglio – piccolo o grande che sia – sulla bocca di un giornalista può essere giustificato o giustificabile se serve a garantire ai giudici ed agli investigatori di continuare a fare il loro dovere. Non può essere questo il senso né il metodo della scelta politica sul banco del governo di Matteo Renzi. Ad una democrazia solida e matura servono, nella stessa identica misura, con pari dignità ed eguali garanzie magistrati che facciano il loro lavoro con tutti gli strumenti investigativi disponibili e giornalisti che pubblichino ciò che sanno e ciò che è utile alla formazione di un’opinione pubblica, informata e consapevole.

Ovviamente nell’un caso e nell’altro – ovvero che si parli del diritto di fare intercettazioni o di quello di raccontarne il contenuto – la scelta politica sta nell’identificazione equa, ragionevole, proporzionata del bilanciamento tra chi dispone le intercettazioni e chi le subisce e tra chi fa informazione e chi ne è protagonista. Ma si tratta di valutazioni e decisioni che attengono ad un piano diverso rispetto a quello sul quale, in questi giorni, in tanti – forse in troppi – stanno suggerendo al governo di procedere.

E c’è poi – tra le tante – un’altra ragione per la quale, proporre nel 2015 divieti, bavagli e legacci a chi fa informazione in relazione alla pubblicazione del contenuto di intercettazioni non segreto in senso assoluto ma noto ad una cerchia, sebbene ristretta, di persone sarebbe anacronistico, antistorico e drammaticamente pericoloso.

Wikileaks prima, il data gate poi e tanti altri analoghi episodi magari meno noti al grande pubblico hanno, ormai, dimostrato – e, forse, non ce n’era bisogno – che il possesso privilegiato di informazioni da parte di pochi può essere assai più pericoloso dell’accessibilità alle medesime informazioni da parte di tutti. Quel privilegio informativo, infatti, troppo spesso sin qui si è trasformato – in Italia e nel resto del mondo – in uno strumento perverso di ricatto e minaccia economica, imprenditoriale, politica o istituzionale.

Non si può, nel 2015, vietare la pubblicazione di contenuti di pubblico interesse presenti in intercettazioni già condivise tra un numero consistente di soggetti pubblici e privati.

E, infine, se i divieti di pubblicazione delle intercettazioni fossero accompagnati – come si propone – da pesanti sanzioni pecuniarie a carico degli editori è ovvio che si assisterebbe, nel medio periodo, ad un sacrificio importante in termini di pluralismo dell’informazione: per i grandi editori le sanzioni diventerebbero presto parte integrante di un modello di business mentre per i più piccoli o per i singoli citizen journalist si tratterebbe di un fattore insuperabile di autocensura. Il rischio sarebbe, dunque, quello di un doppio bavaglio.

La soluzione per sbrogliare la matassa del problema delle intercettazioni non può passare per la scorciatoia del baratto proposto, da più parti, nelle ultime ore ma deve, necessariamente, seguire la via maestra, magari più impervia ma democraticamente sostenibile di fissare – se davvero ne servono di nuovi – limiti verticali, autonomi ed indipendenti relativi all’utilizzo dello strumento delle intercettazioni ed alla pubblicazione del loro contenuto quando, ovviamente, sussista un rilevante pubblico interesse che, naturalmente, è distinto ed indipendente rispetto all’interesse di chi amministra la giustizia.

Guai a mischiare, sovrapporre e confondere i piani della discussione perché si rischierebbe di diventare un Paese con inquirenti e magistrati in un regime di inutile semi-autonomia investigativa e con giornalisti in un regime di ancor più grave semi-libertà informativa di quello attualmente presente.