Gentile Tortosa,

a Genova c’ero anch’io.

Ero in piazza Alimonda, quando un suo collega (o chi sa chi, in vece sua) sparò a Carlo Giuliani. Ero là mentre un altro suo collega, quello che guidava quel maledetto Defender lo finì, passando sul suo corpo, mentre ancora era in vita, pur di scappare dall’ira di quelli che fino a quel momento i suoi colleghi avevano picchiato, inseguito, avvelenato di gas illegali.

Sì, Giuliani, la “zecca comunista”, proprio quello che lei, su Facebook, si augura che «sotto terra faccia schifo anche ai vermi». Che stile che ha Tortosa: la classe non è acqua.

Ed ero su via Tolemaide quando lei e i suoi colleghi avete caricato le Tute Bianche con tutta la forza di un apparato di guerra, come fossero nemici da combattere e non manifestanti da contenere: autoblindo, pistole caricate con proiettili da esercitazione, estintori, manganelli Tonfa usati in modo assolutamente illegittimo.

Ero a Genova mentre i cosiddetti Black Bloc devastavano, e voi li guardavate devastare per poi sfogare la vostra rabbia cieca sugli inermi e sui deboli.

Ero là, mentre due figuri in divisa scalciavano rabbiosamente due suore laiche, mentre altri inseguivano un infermiere con tanto di pettorina aprendogli la testa a manganellate, ero là a guardare le ferite sui corpi dei manifestanti pacifici di piazza Manin, spazzati via a colpi di manganello e anfibi, fatti a pezzi, mentre mostravano le mani nude.

Ero là, il sabato successivo, quando avete, con tattica militare, spezzato in due l’immenso e pacifico corteo all’altezza di Piazzale Kennedy. E avete iniziato a lanciare lacrimogeni dagli elicotteri, a inseguire e massacrare pacifici manifestanti sin sulla spiaggia del Lungomare. Ero là mentre qualche suo collega metteva su falsi ferimenti e depistaggi patetici, per coprire l’orrore di ciò che era stato commesso.

E avrei dovuto essere alla Diaz, quella sera, se non fosse stata per l’idea di un caro amico, Franco Berardi, che invitò me e il mio collega, il video-artista Giacomo Verde, a andare a dormire con lui a Santa Margherita, dove aveva scovato una pensione economica.

Ero là per lavorare, gentile Tortosa, come lei: inviato dell’Ora di Palermo, allora diretta da un giornalista di razza, come non se ne vedono più: Antonio Cipriani.

Non c’erano soldi per pagare alberghi, L’Ora era un giornale povero, dunque restava la Diaz. Ero là, mentre la sera di venerdì cantavate allegri “Faccetta nera” nelle vostre caserme, mentre vi comunicavate la morte della “zecca” con punteggio calcistico: 1-0 per voi.

Ero là mentre picchiavate chiunque, per il solo gusto di farlo: giovani, vecchi, ragazzi, donne. Chiunque. Senza peraltro riuscire in realtà ad arrestare alcuna violenza e alcuna devastazione, anzi riuscendo solo a mandare a processo qualche capro espiatorio, gente che per aver distrutto un bancomat, o abbattuto un segnale stradale si è beccata decine di anni di galera comminati dai giudici della Repubblica, i medesimi che non hanno neanche permesso che si tenesse un processo per la morte di Giuliani, i medesimi che hanno assolto praticamente tutti quelli che portavano una divisa e i politici che erano alla loro testa, nei loro ruoli istituzionali.

Per essere in servizio di ordine pubblico, direi che avete fallito: siete stati complici e mandanti del disordine, piuttosto.

Ma se vuole vedere quello che ho visto, clicchi qua, si guardi i Limoni che io e Verde, insieme a tanti altri artisti, poeti, scrittori, abbiamo raccolto a Genova. Poi mi dica…

Vede la cosa che più mi indigna non è che lei rivendichi con tanta energia quanto lei ed altri (o altri) hanno compiuto nella Diaz, quello che un suo collega ebbe a definire «macelleria messicana», né il suo pavido dietrofront di queste ore, quando balbetta che intendeva altro, che non ha commesso reati, che non aveva diritto di rifiutarsi di compiere alcunché, perché forse gli ordini non erano «manifestamente criminosi», ma semplicemente illegittimi (in Italia è solo illegittimo ordinare a qualcuno di compiere quanto è accaduto alla Diaz? Ne è sicuro? La legge dovrebbe conoscerla, visto il lavoro che fa), quando dichiara di votare Pd (magari lo fa anche il suo ex-capo, quel De Gennaro che si ostina a far finta di niente, per tenersi stretta la ‘cadrega’).

No, quel che mi indigna di più è il suo parlare della Diaz come se si trattasse di un episodio isolato (versione evenemenziale della nota teoria della ‘mela marcia’), mentre invece è stato uno dei tanti capitoli di un vero e proprio ‘golpe temporaneo’, iniziato la mattina di venerdì e terminato solo quando gli ultimi poveri massacrati e torturati di Bolzaneto sono stati infine restituiti alle loro famiglie e alle loro vite, irrimediabilmente segnati da quella insensata, inutile, disgustosa violenza.

Ciò che mi indigna di più è il suo far finta di nulla. E se non fa finta di nulla, se davvero non ha occhi per vedere quello che è successo a Genova, allora è ancora peggio, visto che noi cittadini a lei affidiamo la tutela dei nostri diritti e della nostra libertà.

E per difendere la libertà, non si può ignorare.

Mi indigna che lei non capisca è che da Genova tra i cittadini e le Forze dell’Ordine si è aperto uno iato, che poi non si è mai più sanato. Chi ha ucciso Aldrovandi, o Cucchi, in qualche maniera, mi creda, sia pur metaforicamente, è nato a Genova.

Quello che mi indigna davvero è la sua rozza ‘ignoranza’, cioè la sua totale incapacità di comprendere di essere stato l’ingranaggio di una folle e violenta strategia di repressione che niente aveva a che fare con i compiti che lei si è assunto vestendo la divisa e giurando di difendere la Repubblica e la libertà e i diritti dei suoi concittadini.

Un ingranaggio messo in moto da altri, gli stessi che ora la scaricheranno con indifferenza, perché ora lei non gli è più utile.

Se lei non fosse così integralmente ed etimologicamente ‘ignorante’, forse sarebbe anche meno violento e meno fascista di quel che sembra essere.

E io sarei meno spaventato ogni volta che vedo una divisa.