Ti dicono che le aziende vanno e vengono, cambia la proprietà, la tecnologia, la formazione dei consigli di amministrazione, dei voti prevalenti, il tipo di manager, il modo di arruolare i dipendenti, la natura dei legami, la qualità dei prodotti, le aree di mercato. Salgono e scendono a volte in relazione alle crisi economiche che tormentano tutti, a volte resistendo meglio e da sole, nonostante il vento forte. E vogliono farti credere che questa evoluzione naturale del cambiamento riguarda anche la nazionalità dell’impresa e la nazionalità della proprietà dell’impresa. Che cosa importa la nazionalità dell’azionista se entra e prende il controllo qualcuno autorevole che viene dall’altra parte del mondo?

Primo, garantisce la continuità anche nei giorni difficili. Secondo, rende più facile l’espansione (nuovi mercati, nuove aree, nuovi Paesi). Terzo è una bella garanzia per i dipendenti e i dirigenti che sanno di entrare a far parte di una struttura più grande, che non confina più (soltanto) con il proprio Paese, ma si allarga nel modo e attribuisce un che di universale alla tua fabbrica. Per esempio, in Italia entra la Cina, compra la Pirelli e scrosciano addirittura gli applausi. Come conforto si usa citare il precedente di Krizia, comprata da una avvenente ingegnere (come si dice ingegnere, se è donna? chiedo a Laura Boldrini) di Shanghai, dimenticando la vocazione apolide di quel tipo di impresa, anche quando è grandissima perché è, per vocazione, trasportabile. Il caso Pirelli, un’azienda italiana simbolo mondiale, che improvvisamente diventa di proprietà cinese è come un fortissimo colpo di gong che dà un annuncio. La parte importante di quell’annuncio è che la Pirelli, benché impieghi gli stessi lavoratori italiani e gli stessi manager italiani a tutti i livelli (certo una garanzia per il prodotto e un grado di sicurezza per i dipendenti) non è più un’azienda italiana. E dunque una pedina importante va rimossa dalla tavola del gioco. Qual è il gioco? È un gioco per metà economico, per metà di influenza e prestigio: quanto conti nel mondo? È un gioco meno grossolano di quello che sembra, perché non parliamo di armi e neppure di ricchezza, ma di prestigio. L’Italia ha, e ha avuto, brutti momenti, ma certi aspetti del suo prestigio (per esempio il suo riconosciuto potere industriale e la dimensione di quel potere) ha mantenuto rilevante e rispettabile la sua immagine nonostante il perdurante spettacolo di sangue di mafia, ’ndrangheta e camorra, allo stesso tragico e ridicolo. Ma come fai a non rispettare, anche nelle relazioni internazionali, anche nei confronti delle piccole e minime imprese (piccole ma italiane), anche nei confronti dei suoi scienziati e dei suoi studenti, un Paese che ha la Pirelli e la Fiat? Mentre si apre l’evento di cui stiamo parlando (la Pirelli sarà anche stata un prodigio di ingegneria italiana, ma adesso è cinese, e non c’entra la globalizzazione, c’entra la convenienza di qualcuno a vendere) è impossibile non parlare di Fiat, ovvero di Fca. La Fca possiede alcuni stabilimenti in Italia, ma adesso è una fabbrica di automobili americana.

L’America, come la Cina, è un paese forte, egemone, e sproporzionatamente grande. Questo fatto non è geografico, è culturale e politico. Un Paese che può dominare, domina. Anche se non fosse già scritto nel tipo di riassetto voluto dalla ex proprietà italiana della ex Fiat, e benché il fatto sia negato da tutti coloro che non possono permettersi di perdere pubblicità Fca, l’Italia ha perduto per sempre il prestigio che veniva dall’essere la casa (dunque anche il luogo) della Fiat, con il valore, conosciuto e apprezzato, non solo dei prodotti ma anche delle persone addette alla grande fabbrica mondiale italiana. Infatti, per non creare equivoci, la Fca ha rapidamente americanizzato anche la Ferrari, che aveva dato per decenni al Paese Italia il prestigio che nessun governo e nessuna politica avrebbe mai potuto dare. E ormai si deve dire “ai tempi di Agnelli” e “ai tempi di Montezemolo” per indicare epoche diverse in cui tutto ciò che adesso è americano e quotato alla borsa di New York (ma con tasse pagate a Londra e sede legale in Olanda) era italiano.

Dunque il caso Pirelli (grande impresa-simbolo italiana, che resta teoricamente in Italia benchè diventata di proprietà cinese) e il caso Fiat, che ha radicalmente traslocato nell’altro Paese egemone, gli Usa, pur lasciando fabbriche minori (alcune ferme) in Italia, sono casi identici di amputazione dal corpo italiano di parti essenziali all’identificazione di questo Paese. Si può capire che il governo se ne occupi poco e finga anzi di leggere a rovescio questi due gravissimi episodi di perdita del prestigio industriale italiano (lealmente Marchionne aveva ritirato la Fiat dalla Confindustria prima della rimozione dei suoi punti decisionali, industriale, fiscale, legale) andando a dire che ci comprano perché finalmente siamo desiderabili. Renzi, infatti, come Berlusconi, preferisce fabbricarsi il prestigio da solo attraverso il controllo delle notizie e – mentre perde Fiat e Pirelli – mostra di compiacersi (spero non in buona fede) per i grandi risultati raggiunti. Come è noto, una parte dell’indotto ex Fiat si è accodato all’esodo verso Detroit, e la stessa cosa sta succedendo – verso la Cina – intorno alla Pirelli.

Ma i contraccolpi saranno duri per la piccola e laboriosa e popolatissima Italia dell’industria minore. Chiunque si presenti in giro per il mondo non viene più dal Paese della Fiat, della Pirelli, della Ferrari. Viene da un Paese di vacanze a cui, fuori stagione, non è così urgente prestare attenzione. Ora la grande impresa (vedere il fatturato) resta la malavita, con sede operativa e manodopera tutta italiana.

il Fatto Quotidiano, 29 marzo 2015