In principio fu Fantocci, poi Pupazzi, poi ancora mille altre storpiature e infine Fantozzi, ragionier Ugo. Una serie cinematografica infinita e fortunata, quella inventata da Paolo Villaggio per il suo umile e servile travet che 40 anni fa, il 27 marzo 1975, iniziò con il primo film della serie uscito nelle sale italiane. Nemmeno un anno di programmazione e Fantozzi divenne un fenomeno nazional popolare da primo posto al box office: 5 miliardi e oltre 125 milioni di lire d’incassi, battendo titoli del calibro de L’Esorcista e L’inferno di cristallo, e inanellando negli anni a venire ben dieci sequel, più di quelli di Fast and furious. “Fu un fenomeno comico di massa, lo andarono a vedere in tanti e di ogni classe sociale (quasi 8 milioni di spettatori ndr), non si rideva così dagli anni Venti in Italia”, spiega il professore Gian Piero Brunetta, autore di ricchi volumi sulla storia del cinema con Einaudi e Laterza. “Fu il momento in cui la commedia italiana ebbe le sue ultime manifestazioni creative, travolta dai film di Pierino e dalla comicità low cost, goliardica e da caserma. Mentre Fantozzi era qualcos’altro. La saga del piccolo omino alla Gogol e Cechov su cui la modernità si accaniva e lui ce la metteva tutta per adeguarvisi – continua Brunetta.

“Villaggio/Fantozzi ereditò da Chaplin il messaggio di ribellione, come la crudeltà e il sadomasochismo delle sue prime comiche. Anche se la caratteristica principale dell’atteggiamento bipolare fantozziano è di adeguarsi supinamente a chi gli sta sopra culturalmente e lavorativamente, come di grande aggressività verso chi dipende da lui come la moglie Pina. E’ un modalità di comportamento piccolo borghese, trasformata dal miracolo economico, profondamente radicata nella realtà italiana dell’epoca e non solo”. Pantaloni e mutande ascellari, linguaggio frutto di una confusione tra congiuntivi saltati e soggezione verso il prossimo, dettagli vintage come il baschetto nero e la Bianchina (distrutta nella sequenza della notte di Capodanno da un mobile gettato dal balcone), Fantozzi s’impone nel subconscio dell’italiano medio con frasi che diventeranno parlata comune (“salivazione azzerata”, “com’è umano”, ecc..), fino a diventare normalissimo aggettivo (“fantozziano”) perché, come spiegò anni fa lo stesso Villaggio, “come la maggioranza dell’umanità, Fantozzi non ha talento e lo sa. Non si batte né per vincere né per perdere ma per sopravvivere. E questo gli permette di essere indistruttibile. La gente lo vede, ci si riconosce, ne ride, si sente meglio e continua a comportarsi come lui”.

La creatura Fantozzi nacque durante gli anni sessanta proprio dall’esperienza impiegatizia di Villaggio all’Italsider, prima a teatro e poi in televisione nel 1968 quando il comico  genovese la propose assieme ad altri due suoi personaggi: il presentatore d’assalto Fracchia (poi fusosi in gestualità e linguaggio negli anni ottanta con Fantozzi ndr) e l’inetto illusionista Kranz. A seguire arriva la rubrica settimanale su L’Espresso sulle quotidiane avventure dell’impiegato, poi i due libri nel 1971 e nel ’74 editi da Rizzoli, infine il commendatore milanese dopo il milione di copie vendute non si lascia sfuggire l’occasione di trasformare l’operazione letteraria in un film: alla regia va Luciano Salce; script ai sodali di Villaggio, Leo Benvenuti e Piero De Bernardi; costruzione di una serie di maschere comiche da cui gli stessi attori faticarono ad uscire, nonostante la classe, la preparazione e il talento teatrale dei Gigi Reder (Filini), Liù Bosisio (Pina Fantozzi, oggi doppiatrice di Marge Simpson), o Anna Mazzamauro (la signorina Silvani). “Su quel set ci hanno usati come strumenti per far ridere. Dico sempre che “siamo rimasti marchiati dall’ignobile sogno di orrendezza di quei personaggi’”, spiega Anna Mazzamauro a FQ Magazine. “La Silvani mi ha reso schiava di quel ruolo e per allontanarmene, per togliermi quella cornice di dosso, l’ho dovuta sbattere sul palcoscenico di teatro. Lei ha usato me per tanti anni e ora io la uso a teatro per raccontare la solitudine delle mogli”, spiega l’attrice romana che dopo decine di spettacoli teatrali tra Neil Simon, Goldoni, Aristofane e il Cyrano di Rostand, sta per rilanciare da insegnante il nuovo triennio del Teatro dei Sogni (“dove non insegno ai ragazzi ad avere talento, ma li aiuto a tirarlo fuori, se ce l’hanno e se non si offendono”).

“Del set di Fantozzi non ho un ricordo bellissimo. Quello che mi diede molto fastidio era quest’idea di farmi sembrare più brutta di quello che fossi – continua l’attrice -, con Salce avevo già lavorato a teatro e all’inizio avrei dovuto fare la moglie del protagonista. Poi divenni la Silvani e ancora oggi, purtroppo, la gente mi adesca per strada e vuole fare una foto con me urlandomi ‘guarda! La signorina Silvani!’”. “Io amo l’Italia in tutti i suoi orrori ma se ottieni un successo con un personaggio non è che per tutta la vita lo devi reinterpretare – continua – Detesto i caratteristi all’italiana. Dopo Fantozzi mi offrivano per il cinema solo parti da moglie racchia da mettere in contrasto con l’amante bella. E io a tutti ho sempre risposto: ‘ma lo faccia fare a sua sorella’. Come quando Fellini mi chiamò per doppiare un’attrice 90enne in Roma, poi si lamentò e mi disse ‘Non va bene signorina Mezzamauro’; e io “caro dottor Felloni lei in famiglia ha un’attrice più brava e più anziana di me, lo faccia fare a lei’”.