Sono un papà disperato con tre figli e una moglie malata. Non cerco tesori, non cerco ricchezze ma soltanto un lavoro qualsiasi. Sono un bravo muratore ma posso svolgere qualsiasi lavoro. Ho fatto il giardiniere, l’autista, il boscaiolo, il pittore, le pulizie, i traslochi. So fare un po’ di tutto. Mi accontento di un compenso adeguato per amore dei miei figli. Sono italiano. Vi prego aiutatemi, che Dio vi benedica. Grazie a tutti di cuore anticipatamente. Cordiali saluti”.

Questo signore non conosce Ercole Incalza. Non fa il ministro. Non è un politico. Non è iscritto a Comunione e Liberazione. Forse non sa nemmeno cosa sia. I suoi tre figli sono nati “sfigati” perché l’Italia si divide tra figli di papà e figli di ‘sfigati’. Quest’ultimi anche se dovessero riuscire a frequentare l’università e a laurearsi con 110 e lode, non avranno nessun papà che potrà fare telefonate per trovare loro un’occupazione. Il loro papà non riesce a trovare la raccomandazione manco per lui. Anzi. A Maurizio per trovare lavoro al figlio potrebbe essere bastata un’amicizia. Questo padre per trovare un’occupazione a se stesso ha dovuto spogliarsi, mettersi a nudo, raccontare il dramma della sua vita in un bigliettino affisso in una bacheca con tanto di numero telefonico.

Avrebbe potuto fare così anche Maurizio: “Sono un papà disperato con un figlio laureato con il massimo dei voti che non trova lavoro. Sono ministro, non ho bisogno di nulla ma soltanto di un lavoro per mio figlio. Si accontenta di uno stipendio adeguato ad un giovane, nulla di più. Può fare anche il muratore, l’imbianchino, il magazziniere. Sono italiano. Vi prego aiutatelo, che Dio vi benedica”.

Ma lui non l’ha fatto perché fa parte di quell’Italia che “si arrangia”. Maurizio forse non lo sa o probabilmente non gli interessa ma di padri e madri disperati ce ne sono davvero tanti. Sono i genitori dei miei alunni. Uomini e donne normali, gente che si è trovata dall’oggi al domani disoccupata, senza conoscere un ministro, un burocrate, un assessore regionale, un onorevole. Non c’è bisogno di cercarle queste storie. Sono sotto gli occhi di tutti. Stamattina dopo aver letto in Facebook la storia di questo padre di tre figli, sono andato a prendere il giornale. Alla porta dell’edicola c’erano due “pizzini”: “Signora italiana di 46 anni, libera da impegni famigliari, auto- munita, ottime capacità organizzative, precisa e puntuale, diplomata in ragioneria, cerca occupazione in ambito amministrativo. Avendo la necessità di lavorare offresi anche come collaboratrice domestica, badante, stiratrice, assistenza diurna e notturna ospedaliera, spesa”. Sotto il numero di cellulare, in listarelle di carta, pronto da strappare proprio come gli avvisi degli studenti universitari che cercano casa.

Eccola l’Italia vera, quella che Maurizio non conosce o fa finta di non vedere. A volte mi chiedo se sbaglio, da maestro, ad insegnare ai miei ragazzi che ciò che conta è sapere, conoscere. Forse dovrei dire loro con onestà che tra qualche anno se non sono “figli di papà”, faranno bene ad iscriversi ad un partito (al Pd se vivono a Bologna; al Pdl o alla Lega se stanno in Lombardia), a Comunione e Liberazione oppure mettersi a servizio di qualche onorevole di turno. Perché l’Italia è questa.

Sono cresciuto con mio padre che passava la “bustarella” al medico dell’ospizio per trattenere qualche mese in più in ospedale l’anziano nonno. Poi ho visto Tangentopoli. La caduta della prima Repubblica, della Democrazia Cristiana. I miei compagni di scuola ciellini son diventati presidente della provincia, addetti stampa di qualcuno. I figli di papà della provincia un posto l’hanno trovato. Katia, a scuola aveva dieci, ma è finita a fare la panettiera. Suo padre non conosceva nessuno e lei non ha mai pregato il Dio di Cl o quello del partito. Vent’anni dopo la stessa storia. Forse non dovrei fingere con i miei alunni ma raccontare loro la storia di Maurizio e di questo papà con tre figli disperato.