Qualcosa di profondo è mutato, con l’avvento di papa Francesco, nei rapporti tra Chiesa e politica. Non ci sono più partiti amici a priori, è finita l’epoca dei politici protetti a prescindere a causa della loro etichetta cristiana e non funziona nemmeno l’occhio di riguardo in cambio di una somma a favore delle scuole private cattoliche. Il vento mutato si era già avvertito con il secco altolà dell‘Avvenire e di mons, Galantino, segretario della Cei, alle manifestazioni di plauso per l’assoluzione di Berlusconi al processo Ruby.

La linea nuova si è manifestata anche adesso in occasione dello scandalo che ha travolto il ministro Lupi. L’abbraccio fotografico di Paola Binetti al Maurizio amico di Comunione di liberazione (la Binetti sempre così rigida sui principi etici “non negoziabili” e improvvisamente distratta di fronte al miserando cocktail di lavori e favori opachi, Rolex regalati, abiti pagati, biglietti aerei gratis totalmente immotivati) può apparire su qualche quotidiano d’informazione, ma non trova posto sul giornale dei vescovi. Il mondo ecclesiastico è un universo fatto di segni e sfumature. E allora salta immediatamente agli occhi che l’Avvenire giovedì abbia dedicato alla vicenda non commenti difensivi, bensì un pezzo intitolato “Lupi resta. Ma sale il pressing dimissioni”. Articolo sovrastato da piccole finestre di interventi politici tutti con il pollice verso nei confronti delle porcherie emerse. Con Giorgia Meloni che chiede di “sfiduciare il governo”. Zanetti di Scelta Civica che ricorda come la vicenda vada giudicata con il metro di “opportunità etica e politica”. E la Camusso che richiama la necessità di una linea precisa su politici e inchieste “senza lasciare ai singoli la decisione”.

A nessuno è sfuggito l’intervento immediato del cardinale Bagnasco, che allo scoppio dello scandalo ha invocato una rivolta degli indignati. Chi conosce la cura che il presidente della Cei dedica al peso di ogni sillaba, ha compreso immediatamente che il porporato ha dato voce a quel mondo cattolico quotidiano, disgustato ed esasperato dall’infinita abbuffata della casta politico-lobbista incurante dello sperpero dei soldi pubblici, mentre la crisi morde le carni della popolazione. “Il popolo degli onesti – ha scandito Bagnasco – deve assolutamente reagire senza deprimersi … anche protestando nei modi corretti contro questo ‘ mal esempio ’ che sembra essere un regime”. Dove l’espressione popolo degli onesti (usata a suo tempo da Landini) è uno di quei vocaboli che fa venire l’orticaria a Renzi, impegnato sotto Natale a inventare la soglia minima di bilancio falsificato.

Non si tratta di uscite isolate. Nel pieno della tempesta sempre l’Avvenire ha pubblicato un duro editoriale in prima pagina con un attacco frontale a Confindustria “così solerte a nel denunciare la cattiva politica e così lenta a guardare al proprio interno”. Confindustria che tace sulla rete di affaristi, che pagano tangenti a funzionari e politici e si rifanno “ingrassando i costi degli appalti, spesso eseguiti male”, Ci sono, ricorda l’editorialista Antonio Maria Mira, “nomi e imprese che spesso ritornano”. Squinzi non ha niente da dire? Il vento fresco, che spira nella redazione del giornale dei vescovi, non lascia spazio ad allusioni. L’editoriale si rivolge proprio per nome e cognome al presidente di Confindustria, criticando Squinzi perché che nulla dice su coloro che “falsificando i bilanci o devastando l’ambiente, hanno fatto e fanno ricchi affari”. Ci voleva Francesco perché venisse usato un linguaggio papale papale su questi scandali. Intanto Avvenire denuncia i continui stop al disegno di legge anti-corruzione. E denuncia la debolezza (o complicità?) del governo nei confronti della lobby potente del gioco d’azzardo: un governo che non viene incontro alle preoccupazioni dei sindaci per le fasce deboli colpite dalla patologia del gioco. C’è molto da imparare da questa nuova stagione dei rapporti Vaticano-politica, leggendo la stampa ufficiale cattolica. Si scopre per esempio, in un articolo sulla visita di Lupi al polo fieristico di Rho Pero, un’aria di sfottò sugli “stilemi del tipici del renzismo: tanto ‘ fare ’ e tanta ‘ ripresa’ … ottimismo a piene mani …”.

Tanto che il lettore pensa immediatamente al Renzi-Crozza, così profetico nel descrivere l’originale. E tuttavia non va dimenticato che lontano da papa Francesco è ancora operante un sottobosco ecclesiastico-politico, che vive di accordi sottobanco. Si vedano le eloquenti telefonate del poco glorioso arcivescovo Francesco Gioia, ansioso di incanalare voti alle Europee per il buon Maurizio: “Mi dovete far sapere … perché se devo poi avviarmi per alcuni istituti religiosi del mio entourage …”. Gioia, inutile dirlo, è stato intercettato per colloqui con Perotti a proposito di appalti.