Ricorre domani il decimo anniversario del suicidio di mio fratello Michele e si svolge giovedì il convegno della Associazione Luca Coscioni sulla eutanasia alla cui organizzazione ho attivamente collaborato. Il convegno si svolge nei giorni in cui il tema della eutanasia riprende forza in Francia, con un primo voto dell’Assemblea Nazionale, ma anche in Italia, con prese di posizione significative di Camusso, Cuperlo, Civati, Salvini e una dichiarazione del Cardinal Betori che si commenta da sola (i malati terminali tengano conto del fatto che  “il corpo, anche se malato, è destinato alla trasfigurazione).

Settantunenne, scapolo, malato terminale di leucemia, mio fratello Michele – che avrebbe voluto l’eutanasia ed aveva anche iniziato a cercare  un medico disposto ad aiutarlo – non tollerò la perdita di dignità legata al suo male  e scelse di gettarsi nel vuoto dal quarto piano della sua casa di Roma: come faranno, anni dopo, Mario Monicelli e Carlo Lizzani, due grandi registi che nella mia giovanile attività di organizzatore  di cineclub ho avuto l’onore di conoscere e frequentare. Da quel giorno tragico – dopo aver reso pubblico sulla stampa il dramma di mio fratello –  ho rinunciato alle mie attività professionali per battermi, nell’ambito della Associazione Luca Coscioni, per la legalizzazione della eutanasia. Finora, una battaglia persa, che il nostro convegno intende rilanciare con forza, spingendo il Parlamento a discutere finalmente di eutanasia e ad esaminare la proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione della eutanasia presentata dalla nostra e da altre associazioni con quasi 70mila firme autenticate di cittadini e depositata alla Camera dei Deputati il 13 settembre del 2013.

Il Partito Radicale deposita alla Camera le firme per l'eutanasia legale

Anche tenendo conto della lettera aperta che il Presidente Napolitano mi inviò, esattamente un anno fa, per sollecitare una discussione “serena e approfondita” sulle scelte di fine vita.

Il tabù dell’eutanasia, in Italia, è sempre molto forte. Lo dimostrano tre fatti:
– Il rifiuto dei politici a discuterne e l’affossamento delle proposte di legge in materia.
– L’interesse episodico della stampa e soprattutto delle televisioni, che si occupano di eutanasia quasi esclusivamente quando si verifica un fatto di cronaca che scuote l’opinione pubblica.
– Il silenzio, ad eccezione di Umberto Veronesi e di pochi altri, dei nostri più illustri intellettuali, compresi quelli che, come Umberto Eco, si dicono favorevoli alla eutanasia.

Una rinnovata e approfondita discussione  si rende necessaria per molte ragioni:
– Perché non è accettabile che l’Italia resti, fra i grandi Paesi europei, l’unico in cui non  solo non si legalizza l’eutanasia ma nemmeno si accetta di discuterne.
– Perché in un Paese in cui i veri cattolici sono una minoranza e più del  60% dei cittadini  è favorevole alla eutanasia non è ammissibile che le forze politiche continuino a soggiacere ai diktat delle gerarchie ecclesiastiche.
– Perché il tema non interessa  più soltanto alcuni intellettuali “radical-chic” ma un numero rilevante e crescente di italiani.

Quest’ultima ragione mi sembra la più importante, come dimostrano i dati impressionanti sulla “morte all’italiana” nei nostri ospedali  e sui suicidi di malati inguaribili e di vecchi disperati.

Eutanasia clandestina, ovvero “all’italiana”

Ogni anno, nei reparti di terapia intensiva, 20.000 malati terminali muoiono con l’aiuto dei medici, quasi sempre con l’assenso dei familiari: questo dato risulta da una ricerca dell’Istituto Mario Negri resa nota il 17 ottobre del 2007.

Ma negli ultimi due anni la realtà della eutanasia clandestina è stata confermata da clamorose interviste di medici e di infermieri che si occupano di malati terminali. Basandomi su quella ricerca, ho dunque affermato più volte che in Italia si registrano ogni anno 20.000 casi di eutanasia clandestina. Per questo l’Istituto Mario Negri mi ha accusato di confondere “in malafede” la desistenza terapeutica con l’eutanasia.

Il punto è che a mio avviso si tratta di una distinzione formale e un po’ gesuitica perché la scelta di quei medici – che per me, sia chiaro, sono dei benemeriti – è comunque  di abbreviare la vita di un malato, sia pure terminale, privandolo delle terapie che potrebbero tenerlo in vita. Anche perché alla sospensione delle terapie si accompagna spesso una accresciuta dose di morfina, con il rischio calcolato di abbreviare la vita del malato. E’ capitato a me – e a molti altri – di essere chiamato a salutare un amico malato terminale in un giorno preciso perché “domani sarà troppo tardi”. Dunque, in tutti quei casi c’era la decisione di intervenire attivamente ed erano noti anche il giorno e l’ora dell’intervento.

Non a caso i medici/ricercatori dell’Istituto Mario Negri auspicano una normativa sul testamento biologico che faccia chiarezza in materia, preoccupati per le conseguenze penali che potrebbe avere il loro comportamento: una preoccupazione che si giustifica solo se si tratta di eutanasia clandestina e non se siamo di fronte soltanto ad una lecita sospensione dei trattamenti.

Le conclusioni dello studio dell’Istituto Mario Negri furono riprese il 17 dicembre 2007 da Ignazio Marino, all’epoca presidente della Commissione Sanità del Senato, in una intervista al Messaggero: “Quando un paziente è tra la vita e la morte e non ci sono più speranze per lui, sei medici su dieci interrompono le cure. Seguendo scienza e coscienza, ma in segreto, perché  se lo scrivessero su una cartella clinica verrebbero accusati di omicidio volonta­rio”.

E poiché è ormai diffusa la convinzione che con adeguate cure palliative il malato terminale non soffre, riprendo quanto scritto da Mario Riccio, il medico di Welby, uno dei maggiori esperti di terapia del dolore: “Esiste una percentuale che rappresenta il 4-5% (qualche migliaio di infelici, ndr) dei pazienti terminali che, nonostante le migliori cure palliative, sono destinati a vivere gli ultimi mesi di vita in condizioni drammatiche di sofferenza fisica e psicologica: quella che viene definito di dolore totale”.

L’eutanasia clandestina è un fenomeno su cui fare luce ed è un tipico di un paese cattolico in cui domina la regola gesuitica del “si fa ma non si dice”. Ma rappresenta anche, proprio per la sua clandestinità e dunque per la mancanza di ogni controllo pubblico, una zona franca in cui sono maggiormente possibili proprio quelle “derive eutanasiche” sempre paventate dagli oppositori della eutanasia legale (così come l’aborto clandestino provocava molte più vittime di quello regolamentato dalla legge 194). Prendendo spunto da un dato della qualificatissima rivista Lancet, secondo cui “in Italia il 23% dei  decessi è stato preceduto da una decisione medica”, Filippo Facci ha scritto sul Giornale: “Non so a voi, ma a me non sembra una questione di poco conto il sapere se il decesso di centinaia di migliaia di persone, nel mio Paese, sia accompagnato o no da un intervento non dichiarato dei medici”.

(continua)