Poste Italiane vale tra i 6 e gli 11 miliardi di euro. L’indicazione è emersa durante un vertice al ministero dell’Economia tra l’amministratore delegato Francesco Caio, i tecnici del Tesoro e i consulenti Lazard e Rothschild che ha confermato la vendita della società in Borsa entro l’autunno. Se, quindi, sul mercato andrà il 40% del capitale, come emerso nei mesi scorsi, l’introito per le casse dello Stato sarà compreso tra 2,4 e 4,4 miliardi. Il divario tra l’ipotesi più favorevole e quella peggiore appare molto ampio, ma fonti vicine al dossier citate dall’Ansa hanno fatto sapere che la stima verrà affinata con l’avvicinarsi della quotazione e in funzione delle valutazioni del mercato. Che dovranno tenere conto dello scenario a tinte fosche dipinto non più tardi di mercoledì dallo stesso Caio.

L’amministratore delegato del gruppo pubblico in audizione in Senato, aveva ufficializzato che Poste intende chiudere 455 uffici postali in tutta Italia e “razionalizzarne” altri 609. Non basta, come già prevede il piano del nuovo ad, che la società si dedichi sempre più alla logistica e ai servizi finanziari: in mancanza di ulteriori interventi, Poste nel 2019 si troverebbe a bilancio un margine operativo netto negativo per 1,5 miliardi. Un pessimo viatico in vista dell’offerta delle azioni ai risparmiatori. Tanto più che non è un mistero che Caio, come il suo predecessore Massimo Sarmi, intende vendere i titoli, oltre che ai dipendenti, anche ai titolari di libretti e buoni fruttiferi. Senza contare che proprio in questi giorni la Cassa Depositi e prestiti ha varato una nuova strategia di diversificazione dei canali distributivi che ha visto la Cassa vendere al pubblico la sua prima obbligazione per la clientela retail attraverso le banche e senza passare per le Poste che sono rimaste a secco di commissioni.

Peraltro, se è vero che i margini dei tradizionali servizi di recapito si vanno sempre più riducendo, è altrettanto evidente che nel passato più prossimo Poste ha investito risorse preziose in un settore non proprio contiguo a quello delle consegne: il trasporto aereo. Tra il dicembre 2013 e l’agosto 2014 il gruppo, come è noto, ha infatti iniettato un totale di 150 milioni nelle casse vuote di Alitalia. La prima tranche, sborsata durante la gestione Sarmi, è servita a finanziare l’aumento di capitale da 300 milioni che si è reso necessario dopo quattro anni di fallimentare gestione dei “patrioti” guidati da Roberto Colaninno. La seconda risale all’estate dell’anno scorso, in occasione del secondo salvataggio che ha visto entrare nel capitale della ex compagnia di bandiera gli emiratini di Etihad. A riprova dello scarso appeal dell’affare, Caio ha opposto una certa resistenza e ha firmato l’accordo solo a patto che Poste diventasse azionista della nuova Alitalia Sai e non della bad company in cui sono stati confinati contenziosi e oneri risalenti al passato. Resta il fatto che, per ora, dalle presunte “sinergie industriali” con il vettore nemmeno l’ad conta di derivare vantaggi significativi per i conti del gruppo.