È uscito in sala il 26 febbraio scorso distribuito da Luce Cinecittà “Patria”, il film di Felice Farina, presentato in prima mondiale all’XI edizione delle Giornate degli Autori al Festival di Venezia 2014, dove è stato accolto con gran favore da pubblico e critica. Ispirato all’omonimo libro di Enrico Deaglio edito da Il Saggiatore, è uno sguardo amaro sugli ultimi trent’anni di storia italiana, partendo dal sequestro di Aldo Moro, fino ai giorni nostri, in cui le fabbriche falliscono e licenziano, una dopo l’altra. La storia parte da questo, dell’ennesima realtà nel torinese costretta a chiudere i battenti nell’indifferenza totale e lo fa attraverso tre protagonisti.

Salvatore Brogna, interpretato da Francesco Pannofino, volto noto ai più per il ruolo di René Ferretti nella serie tv Boris, è un operaio, che, un po’ per protesta un po’ per rabbia, decide di arrampicarsi sulla torre della fabbrica, minacciando di buttarsi giù. Giorgio, a cui presta il volto Roberto Citran, è un rappresentante sindacale, di carattere e fede politica del tutto opposti, che accorre per fargli cambiare idea. Il terzo, Luca, interpretato da Carlo Giuseppe Gabardini, è un custode ipovedente e autistico, assunto per questo come categoria protetta, che si aggiunge alla drammatica scena scalando eroicamente la torre per dar loro manforte. Nell’arco di una notte, abbandonati da tutti, e nell’attesa che la stampa arrivi per occuparsi del caso, queste tre esistenze con punti di vista diametralmente opposti, ripercorrono la storia del Bel Paese, in un racconto impietoso, tra anni di occasioni sprecate, di speranze tradite, di crimini e stragi, di politica corrotta. Lo spettatore ricorda assieme ai tre malcapitati in cima alla torre, attraverso il montaggio di materiale d’archivio, i punti salienti di un trentennio grigio. “Il libro da cui è nata l’idea del film l’ho comprato appena uscito, citato in un’ennesima serata di discussioni sull’anomalia politica berlusconiana.” ha spiegato il regista, che ha anche co-prodotto e scritto il film insieme a Beba Slijepcevich e Luca D’Ascanio, “Il bisogno di raccontare in qualche modo il Paese si è condensato d’istinto nelle emozioni della lettura, nel racconto di trent’anni di turbinosi cambiamenti che cercano di rispondere alla domanda che i due protagonisti si pongono all’inizio del film: come siamo finiti così?”.

Non era facile condensare un arco temporale così ampio in un’ora e mezza di film, ostacolo che Farina ha deciso di aggirare ispirandosi a “Hiroshima mon amour” di Alain Resnais, una tra le prime opere della Nouvelle Vague: “quel modo di legare i frammenti di repertorio allo svolgersi di un racconto presente, quel fonderli in una sola cosa sincronizzando le emozioni della Storia a quelle dell’azione scenica. Il risultato è indefinito, come indefinito è l’oceano di ombre e luci della memoria. Durante il montaggio abbiamo scelto di affidarci sempre più a questo movimento, evitando di attribuire ai personaggi ricordi o evocazioni, e ricercando invece le emozioni possibili perché fossero queste ultime a rivelare il racconto.” Girato tra Torino, per gli esterni, tra cui la torre su cui si arrampicano i protagonisti, che è il camino di scarico della Centrale Termica BIT di Iren Energia, e Roma al Teatro 2 di Cinecittà per gli interni, il film è stato apprezzato anche da Deaglio stesso, che ha dichiarato: “Non avevo la più pallida idea di come il contenuto del mio libro potesse diventare un film. Felice Farina ha fatto uno splendido lavoro, realizzando con pochi soldi un film “popolare italiano”, come non se ne facevano più da parecchio tempo”.