Di solito i reati si commettono di nascosto, ma in Italia la corruzione e le malversazioni nella gestione della cosa pubblica hanno uno status un po’ strano: spesso trovano aperta giustificazione, se non rivendicazione. Con il corollario che chi esagera nel denunciarli o perseguirli è un “moralista”, un “giustizialista”, in altri tempi persino un “ayatollah”, ottuso e spietato come Khomeini in Iran. Accadeva ai tempi dell’inchiesta Mani pulite, accade ancora oggi di fronte a casi come Expo, Mose, Mafia capitale… E’ questo il periodo abbracciato dal libro “I segreti di Tangentopoli – 1992: l’anno che ha cambiato l’Italia“, di Antonella Beccaria e Gigi Marcucci (Newton Compton editori, euro 9,90), in libreria da oggi. I primi colpi dell’inchiesta milanese di Di Pietro e compagni galvanizzarono l’opinione pubblica in un consenso pressoché generalizzato, dai mezzi d’informazione (anche berluconiani, all’inizio) ai semplici cittadini che organizzavano fiaccolate e girotondi. E allora perché – è il filo conduttore del libro – più di vent’anni dopo siamo ancora a discutere di grandi ruberie pubbliche e di strumenti per arginarle?

Antonella Berccaria è una giornalista (collaboratrice e blogger anche di ilfattoquotidiano.it), Gigi Marcucci è stato un giornalista dell’Unità. Di seguito, il brano di “I segreti di Tangentopoli” che racconta appunto come Giuliano Ferrara, in un dibattito organizzato da Micromega, arrivò a confezionare un’ode alla “ricattabilità” dei politici.

«Politici buoni non ne conosco, sono in genere gli stupidi, di politici cattivi ne conosco, ci sono quelli intelligenti e quelli stupidi». Riecco Giuliano Ferrara, direttore del «Foglio», già ministro di Berlusconi per i rapporti con il Parlamento.
Squaderna argomenti con logica inappuntabile, almeno per chi ne condivide i presupposti; li espone con una franchezza
rude che spesso sconfina in brutalità – dialettica, naturalmente. L’ex comunista approdato alle reti Fininvest e poi alla corte
di Berlusconi, usa la formula che l’ha reso riconoscibile dai tempi di Radio Londra: aggredire l’interlocutore, stupire per
convincere platee o telespettatori. Ed eccolo nella redazione di «MicroMega», a dieci anni da Mani pulite, intento a duellare con Piercamillo Davigo, un giudice del pool. Pescando in una ormai lunga esperienza, rivaluta il cinismo della politica. «Una delle cose che credo di aver capito e che vorrei riportare in tutta sincerità, è che in politica non si tratta affatto di avere la capacità di “ricattare” gli altri, di condizionarli ed eventualmente ricattarli, dove il termine va inteso in senso politico, paralegale». Ed ecco l’affondo: «Il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile». Il moderatore non è sicuro di aver capito bene e controlla: «Forse vorrai dire che non devi essere ricattabile». E invece ha capito benissimo. «No. Devi essere ricattabile», risponde Ferrara, «per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta perché […] sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti».

Naturalmente Ferrara non pensa – e lo ha anche precisato – al ricatto dei tagliagole e confina il concetto entro termini,
come lui stesso ha suggerito, paralegali. Ma quanto “para”? Bene o male, gli anni di Tangentopoli ci hanno rivelato meccanismi
di cooptazione ai vertici della politica regolati da criteri ferrei: l’affidabilità del dirigente veniva effettivamente misurata anche sulla sua capacità di partecipare a scambi poco o per nulla puliti; o quantomeno di tollerare gli affronti del malaffare alle proprie narici turandosi il naso e girandosi dall’altra parte. Così dal “paralegale” si è finiti all’illegale, con le conseguenze che si sono viste. Anche Ferrara dice che quando è troppo è troppo. Ma la misura della ricattabilità non la deve stabilire la magistratura, tocca all’elettorato:

Ora, la politica italiana, come tutta la politica europea, non può perdere del tutto questa caratteristica, e il giudice che decide il livello e la soglia di tollerabilità di questi comportamenti è il corpo elettorale. Il cittadino elettore, attraverso diverse funzioni civili – il controllo di legalità, la critica pubblica esercitata dalla stampa, il bilanciamento tra diversi poteri istituzionali – si costruisce una rappresentazione della realtà e dà il suo giudizio definitivo (Tavola rotonda con Piercamillo Davigo e Giuliano Ferrara, MicroMega, 1/2002, p. 140)

Dunque, sostiene Ferrara, non è il rispetto delle regole a rendere possibile la società, ma è la società stessa – cioè i cittadini – a decidere fino a che punto le regole possano essere violate. La legalità dei comportamenti pubblici è una variabile dipendente dal consenso che raccoglie chi li mette in campo. Per dirla con Ferrara, sia il cittadino a decidere fino a che punto un politico può essere cattivo, cioè ragionevolmente ricattabile, perché il politico buono non esiste o, se esiste, è uno stupido. Un punto di vista importante, espresso con grande lucidità. Dodici anni dopo quel dibattito, abbiamo ascoltato conversazioni intercettate che del medesimo concetto costituiscono una sorta di parafrasi. A formularla con parole non proprio alate è Gianstefano Frigerio, ex segretario regionale della dc lombarda, pluricondannato all’epoca di Tangentopoli.

Da “I segreti di Tangentopoli”, di Antonella Beccaria e Gigi Marcucci, Newton and Compton 2015