Ieri sera mentre guardavo la trasmissione Servizio Pubblico su La7, mi riscoprivo con le budella ‘nturciuniate. Lo so che con l’età bisogna recepire le cavolate con fare un po’ più zen ma quando la bile sale, sale e basta. Dicevo che guardavo la trasmissione e c’era un servizio sulla Leopolda siciliana. Travaglio che si beccava la solita dose di stramaledizioni. Il piddino che parlava come un democristiano della vecchia guardia, e ad un certo punto il senso della discussione verteva su una balla che viene raccontata da decenni.

Non è per timore reverenziale nei confronti del capo della testata che ospita il mio blog, e non è neppure perché la penso esattamente come lui in tutto, perché così non è, ma quando sento dire che sarebbe Travaglio a non avere rispetto dei siciliani, degli elettori, perché descrive la situazione sicula senza sconti per nessuno allora mi si arrivòtanu gli intestini.

Per ogni persona intenta a raccontare un’altra verità, su quel che avviene in Sicilia, io ho sentito dire frasi come “rovina l’immagine dei siciliani… è tutta cattiva pubblicità” e poi, in crescendo “lei non ha rispetto dei siciliani… sta offendendo tutti gli elettori”. Mi accingo allora a porgervi un aneddoto.

La prima volta che ebbi la fortuna di andare all’estero mi dissero “tu siciliana? Ah sì, lo so. È mafia” e dopo mille volte, in cui tentavo di fare le necessarie distinzioni, mi arresi all’evidenza. Quel che si racconta del meridione, della Sicilia, è qualcosa che riguarda, in un modo o nell’altro, tutti noi. E ci riguarda perché è impossibile vivere, così, nell’indifferenza totale, senza prendere una precisa posizione. Perché in quel caso è complicato fare spazio alla complessità. O stai con la mafia o sei contro. C’è chi, come me, non capisce perché essere contro la mafia debba necessariamente significare essere sempre dalla parte dei giudici, giacché i giudici sono gli stessi che se la prendono con la povera gente, con chi resiste contro la Tav, il Muos, la povertà, gli sfratti, e allora ho un modo tutto mio di essere contro la mafia. Ma vedo e ascolto, e so che la mia terra è sempre stata bacino di consensi per qualunque messìa sceso in terra, messìa democristiano, forzitalioto, e così via.

La Sicilia è sempre stata solo questo. E’ il luogo che bilancia la situazione per partiti che altrove non varrebbero nulla. Per ogni elezione vengono elette centinaia di persone e quel che ho imparato è che la politica, la macchina amministrativa, è una delle fonti di lavoro più remunerative. Diciamo che è la fonte di lavoro più sicura dopo la mafia.

Non posso scordare i galoppini di alcuni partiti arrivare in certi quartieri di Palermo con le valigie piene di soldi, o quella strana usanza dell’acquisto di un voto con mezza banconota prima del voto e l’altra mezza sarebbe stata consegnata dopo. In una terra dove non c’è lavoro anche votare è diventata un’opportunità prima che un diritto. Eppure, tra tanta clientela, con le putìe in cui si elargiscono favori a questo e quello, resta uno zoccolo duro di gente testarda che sta lì, intransigente, senza mai strisciare per chiedere un posto di lavoro, rinnegando perfino l’abitudine clientelare che ha coinvolto i familiari, creando vere e proprie spaccature tra una generazione e l’altra, e a questa gente non interessa chi pronuncia le parole già ascoltate in altre occasioni.

Hanno le idee chiare, sono stanchi. Tutti quanti. E se arrivi tu, domani, e dici che cambierai le cose, ti guarderanno in modo sfottente e poi ti dicono “ma cchi fai? Mi cugghiunii?”.

Negli ultimi trent’anni le facce dei politici non sono mai cambiate, includendo quelli che si portano dietro un bel po’ di ombre irrisolte, mentre chi si esponeva contro la mafia, finiva disoccupato, costretto a mettere al sicuro i parenti, vittima di embarghi economici o costretti a pagare risarcimenti a quelli che quando li nominavi ti denunciavano per diffamazione. Ma nonostante questo, in tanto riciclarsi, esistono comunque ancora persone che non si lasciano prendere in giro. Non li pigli per fame. Sono persone istruite. Non le incanti con un libercolo che ritrae la storia familiare del candidato.

Sono persone che si sono rotte le scatole di vedere sempre le stesse facce, sentire sempre le stesse parole e raccontare di cambiamenti che non cambiano mai. D’altronde è la terra dei Gattopardi. Si finge di far cambiare la storia e chi la realizza non cambia mai.

Allora, forse, non c’è neppure un gran bisogno di spiegar le cose. Noi lo sappiamo. Conosciamo i nostri polli, e per quanto ci sorprenda la longevità di certi politici sappiamo che c’è un mondo, fuori dai palazzi, che ci crede ancora. Al cambiamento. Sul serio. Ed è consolante. Non lo è anche per voi?