GIOVANNI FALCONESembrano normali frasi di circostanza. Sotto invece ci sono tensioni laceranti e conflitti violenti. Si tratta di una lettera di Giovanni Falcone che riaffiora dal passato: scritta nel dicembre 1991, ora pubblicata dal quotidiano L’Ora e ripresa dal Corriere della Sera on line.

Falcone sta per lasciare la Procura di Palermo per lavorare a Roma, al ministero. A un professore che lo aveva invitato a restare risponde di essere “convinto che il [suo] posto sia a Palermo”, ma spiega che il suo “non è un abbandono” e che ha scelto Roma per potervi “impiegare tutte le energie possibili per la lotta alla mafia”.
Cos’era successo ormai sono in pochi a ricordarlo e molti neppure lo sanno (lo provano anche alcuni commenti sul sito del Corriere). Era successo che l’uomo oggi celebrato (ed è sacrosanto) come un mito e un eroe – ma solo dopo morto – in vita fu sottoposto ad attacchi concentrici a opera di forze diverse ma coalizzate, che alla fine riuscirono a sfondare causandogli umilianti “bastonature” professionali che lo azzopparono.

Prima c’era stata la sua bocciatura come successore di Caponnetto a capo dell’ufficio e del pool che, con le prove solide del “maxi-processo”, aveva portato a giudizio – per la prima volta nella storia italiana – decine di mafiosi per una montagna di delitti. Una decisione incredibile e vergognosa, presa dalla maggioranza del Csm con l’accorta regia di qualche Giuda (come ebbe a chiamarli Paolo Borsellino). Poi c’erano state le infami insinuazioni, fatte circolare un po’ dovunque, secondo cui l’attentato dell’Addaura Falcone se l’era organizzato da solo, per “facilitare” la sua nomina a procuratore aggiunto di Palermo.
Qui Falcone patì forme di vero e proprio mobbing da parte di coloro che (forti dell’appoggio del capo) volevano a ogni costo emarginarlo. Finché, visto che tutte le porte di Palermo gli venivano sbattute in faccia, Falcone aveva deciso – per non arrendersi e continuare la lotta alla mafia – di accettare una sorta di asilo politico-giudiziario che il Guardasigilli di allora, Martelli, gli aveva offerto.

Ed è in questo snodo che si colloca la lettera che motiva il “non abbandono”. Che difatti non vi fu per niente, posto che a Roma Falcone creò, sul versante organizzativo e su quello investigativo-giudiziario, un’antimafia moderna che ancora oggi funziona, nonostante il tentativo stragista di cancellarla col sangue.

Ma di quali “colpe” si era macchiato Falcone per essere così maltrattato e alla fine cacciato da Palermo? La sua “colpa” era soprattutto di non essersi limitato ad applicare il metodo vincente del pool all’ala militare della mafia, ma di averlo esteso alla “zona grigia”. Indagando anche su Ciancimino padre, i cugini Salvo e i Cavalieri del lavoro di Catania, violando i santuari prima inesplorati dei rapporti mafia-politica-affari-finanza-istituzioni.
Fu a partire da questo momento, infatti, che sulla sua testa si scatenò – con effetti devastanti – una tempesta di aggressioni e accuse calunniose: professionista dell’antimafia, uso spregiudicato dei “pentiti”; asservimento della giustizia a fini politici di parte…

Dunque la storia di Falcone ci insegna che nel nostro Paese è antico e diffuso il malvezzo di ostacolare i magistrati “scomodi” perché adempiono i loro doveri senza riguardi per nessuno, con “troppa” indipendenza. Questo malvezzo si è ripresentato negli ultimi vent’anni a colpi di “leggi ad personam”, lodi assortiti, commissioni bicamerali e sistematici dinieghi di autorizzazioni a procedere.
Con sullo sfondo una “inefficienza efficiente”, vale a dire l’irredimibile agonia di un sistema giustizia che per certi versi appare funzionale alla tutela di coloro che non vogliono mai pagare dazio.

Questo circolo vizioso, invece di essere spezzato, sembra ora chiudersi con la legge sulla responsabilità civile dei magistrati.
Esposti, senza più argini, alla bufera di ricorsi alluvionali, temerari, pretestuosi e intimidatori da parte soprattutto di chi può e conta, con il risultato di attentare in radice al libero e indipendente esercizio della giurisdizione. Che non è equiparabile a una libera professione, come disinvoltamente si afferma, trattandosi di un potere dello Stato che la nostra Costituzione presidia affinché possa esplicarsi sine spe ac metu, perché solo così la giustizia può aspirare a essere giusta e uguale per tutti.

Il Fatto Quotidiano, 3 marzo 2015