Si alzi il sipario, la farsa è finita. Ci avevano raccontato che la Primavera Araba avrebbe conquistato la libertà grazie a Facebook, che il dolce scorrere delle informazioni digitali avrebbe fatto confluire la verità nella casa di ognuno, che i dittatori avevano le ore contate perché un hashtag li avrebbe seppelliti. Ma alla fine del teatrino, l’euforia mediatica che precede la diffusione di ogni nuova tecnologia si è pesantemente scontrata con l’uso deviato che l’umanità ne ha fatto. Basti guardare come l’Isis sta usando i social media per fare proselitismo digitale. La società non si è democratizzata, anzi.

Come hanno fatto a raggiungere questo livello di sofisticatezza? Semplice, hanno imparato dai migliori. Dagli invasori statunitensi hanno appreso tutto: la lingua inglese, le abilità di montaggio video e l’utilizzo strategico dei social media. Stiamo sovrastimando le nostre preoccupazioni nei confronti dell’Isis perché stanno vincendo sul campo della comunicazione.

Sui social media si trasmettono frammenti di storie, e questi frammenti si contendono l’attenzione sui News Feed per cercare di entrare nei nostri palinsesti personali. Quella dell’Isis è semplicemente la storia da cui, allo stato attuale, è più probabile essere intercettati. La colpa degli utenti? Non stanno cambiando canale.

Condividere materiale particolarmente sensibile – decapitazioni, fucilazioni, violenze su minori etc. – non può che fare il gioco dei terroristi. Uno dei grandi malintesi della post-modernità è l’illusione che il libero circolare delle informazioni emancipi di per se stesso l’uomo, o gli trasmetta conoscenza come per osmosi. In realtà, la perpetua condivisione del macabro non sta generando consapevolezza, ma solo panico collettivo. Inoltre, il target dell’Isis non è solo quello degli infedeli da spaventare. I terroristi si rivolgono soprattutto a chi potrà esserne ispirato. Perché se l’Isisi sta riuscendo nell’impresa di arruolare giovani volontari a distanza, in giro per il mondo, è soprattutto perché non tutti si stanno scioccando alla vista di quelle barbarie sui social media. Prendiamone atto.

Se sei giovane e frustrato, magari cresciuto nella miseria, o in un contesto di guerra, farti ammaliare dal tono deciso della propaganda online dell’Isis non ti sembra uno scenario così apocalittico: comunque, non hai nulla da perdere. Li ascolti parlare, e capisci che stanno mandando un messaggio di vendetta alle istituzioni di tutto il mondo: le stesse istituzioni che hanno sostenuto la società ineguale in cui sei cresciuto. Certo, in ballo ci potrebbe essere un sacrificio umano, il tuo. Ma la vita la rischieresti anche in patria, quindi tanto vale combattere per un’idea che sembra vincere – almeno nell’aldilà. La retorica sanguinaria dell’Isis ha dirottato l’informazione sui social media per rendere vulnerabili 9 utenti su 10, sì, ma soprattutto per chiamare alle armi il 10°.  L’Isis sta utilizzando la paura degli utenti come insegna pubblicitaria, perché sono questi ultimi a rendere virali i loro messaggi propagandistici.

Secondo il New York Times, lo Stato Islamico e i suoi supporter  «producono ogni giorno 90.000 tweet». Più tutti i video, i post, le immagini. Tutto materiale informativo che viene veicolato sui nostri schermi touch per rivolgersi agli emarginati della società – che però, ricordiamolo, per quanto emarginati, possiedono comunque almeno un profilo Facebook e uno smartphone.

Tutti condividono, tutti si indignano, ma come drogato da questo eterno e digitalizzato spettacolo bellico,  l’Occidente si mette comodo e continua a retwittare decapitazioni. Il paradosso è che l’Occidente pensava di portare la democrazia in casa “loro” grazie a Twitter e YouTube. E invece sono stati “loro” a portare lo spettacolo della depravazione in casa dell’Occidente. Suscitando paura e devozione.

L’Isis non ha davvero bisogno di costruire un esercito. La battaglia è atomizzata al pari della comunicazione online. Molto più conveniente restare sulla cresta dell’onda mediatica, ipervisibile, nelle prime pagine dei giornali e in cima alle Timeline. Perché rivolgersi indirettamente a qualche utente disperato in crisi teologica, significa soprattutto ottenere l’attenzione e la fedeltà del futuro attentatore di Charlie Hebdo e Lars Vilks. Che magari colpirà nel migliore dei modi, ovvero internamente alla nazione nemica, mandando sempre lo stesso messaggio: la democrazia è vulnerabile, ovunque essa sia geolocalizzata. Sul suolo francese, danese e, perché no, italiano.

Un consiglio non richiesto: partecipate alla campagna #IsisBlackOut. Per percepire la gravità di una decapitazione non avete bisogno di condividerne il video in modo compulsivo: basta parlarne. Come utenti, potete scegliere di non cementare il panico nei vostri conoscenti e di non regalare all’Isis una potenziale audience criminale. Nell’era del broadcast yourself, avete un grande potere. Potete censurare il male.