Correva l’anno 1992, e in Italia nulla fu più come prima. Si intitola semplicemente 1992 la nuova serie di Sky, dieci puntate coprodotte con La7 e Wildside in onda dal 24 marzo, presentata in anteprima alla Berlinale davanti a una platea che non ha lesinato gli applausi e si è concessa qualche risata alle battute che non sarebbero dispiaciute alla Merkel (“In Italia non si fanno affari senza politica”, “Il libero mercato? Non conviene a nessuno”). Dopo la Roma della banda della Magliana e la Napoli di Gomorra tocca alla Milano di Tangentopoli: per la prima volta una fiction affronta il momento chiave della nostra storia recente mescolando vicende di fantasia ai protagonisti della cronaca, dopo tre anni di lavoro e decine di consulenze (non quella di Antonio Di Pietro, che ha preferito declinare).

Si parte dal 19 febbraio, ossia dall’arresto del socialista Mario Chiesa da parte di Di Pietro (Antonio Gerardi), e mentre sullo sfondo si riavvolge il nastro dei mesi di Mani pulite con i suoi protagonisti (il pool dei magistrati milanesi, Giovanni Falcone, il leader referendario Mario Segni, Umberto Bossi e Marco Formentini, fino alla celebre “così fan tutti” pronunciato in Parlamento da Bettino Craxi), si sviluppano le storie di sei personaggi esemplari, tutti impegnati a volgere a proprio vantaggio il terremoto in corso.

Il pubblicitario Leonardo Notte (Stefano Accorsi, primo ideatore di 1992) è impegnato a far sì che i soldi facili degli Anni Ottanta proseguano nel decennio successivo; il poliziotto Luca (Domenico Diele) mosso da questioni molto private diventa il braccio destro di Di Pietro, la bella Veronica (Miriam Leone) vuole che l’amante imprenditore l’aiuti a diventare “come Lorella Cuccarini”, l’ex militare Pietro Bosco (Guido Caprino) scoprirà quanto il cinismo possa pagare più del senso del dovere.

Nell’affresco corale, alla American Tabloid, l’obiettivo zoomma sui due fenomeni destinati a cambiare l’Italia; la plateale avanzata della Lega Nord e la vellutata incubazione di Forza Italia. Da reduce di guerra, il soldato Bosco si scoprirà prima onorevole folgorato sulla via di Pontida, poi, una volta nella Roma ladrona, machiavellico seguace del Kevin Spacey di House of cards; una doppia metamorfosi capace di evidenziare quanto di grottesco e caricaturale ci fosse allora (e resti tutt’oggi) nel movimento leghista. E come il protagonista della serie è di fatto Accorsi, il suo personaggio rimanda al vero perno politico della narrazione, la gestazione della discesa in campo di Berlusconi nelle stanze della Publitalia di Marcello Dell’Utri (Fabrizio Contri).

Una storia narrata per quello che fu, ovvero la trasformazione di un’azienda in partito politico. Nella visione di Dell’Utri, che ai suoi venditori regala von Clausevitz, la politica è la prosecuzione degli affari con altri mezzi e i politici, in fondo, sono la prosecuzione dei detersivi: bisogna persuadere gli elettori esattamente come si persuadono gli inserzionisti, e per questo al genio della pubblicità Accorsi assegna un compito ben preciso: “Dobbiamo salvare la Repubblica delle banane”. Fuori di metafora, Tangentopoli o non Tangentopoli, bisogna salvare il patto scellerato tra affari e politica.

In 1992 convivono due piani di lettura; c’è la narrazione orizzontale, tipica delle serie televisive – caratteri complessi spianati su un tempo relativamente breve –, ma c’è anche l’autoritratto di un Paese che pesca nel profondo e nel rimosso, un’analisi dell’inconscio collettivo della seconda Repubblica.

Più della regia apertamente mucciniana di Giuseppe Gagliardi (Accorsi ha un debito d’onore con gli Anni Novanta) il punto di forza dell’operazione è una sceneggiatura colta, drammatica eppure brillante, con punte di umorismo rare per la nostra fiction come il siparietto della scuola steineriana dove l’insegnante, una specie di Marianna Madia, mette in guardia Accorsi dalle “costrizioni plantari” e lo invita a togliersi le scarpe prima di entrare in aula.

Non è in fondo così singolare che la Tv arrivi prima del cinema a parlarci di Tangentopoli, né che Sky arrivi prima della Rai (a Mediaset, onestamente , non si poteva chiederlo), e nemmeno che 1992 confermi ancora una volta la qualità della fiction Sky; era fatale che il fenomeno Berlusconi venisse una buona volta osservato – peraltro senza trarne giudizi – dall’unico sguardo internazionale possibile, quello del network di Rupert Murdoch.

Correva l’anno 1992 e in Italia tutto doveva cambiare, perché tutto rimanesse com’era.

Da Il Fatto Quotidiano del 10 febbraio 2015