Una ragazza che legge un libro sulla spiaggia diventa l’ossessione di un vecchio avvocato di provincia. Questa la scena iniziale di “La donna che legge”, in scena al Teatro Out Off di Milano fino all’8 febbraio. Nel suo ultimo spettacolo Lorenzo Loris, da quasi un trentennio il regista stabile del teatro milanese, è stato affiancato dal drammaturgo Renato Gabrielli, autore di un testo sognante e non sempre immediato, ma capace di creare un meccanismo scenico di alta precisione. Un testo nutrito dalla prosa di Samuel Beckett che intreccia piani e punti di vista, monologhi e dialoghi, per dare corpo a un triangolo amoroso più mentale che fisico.

Scarna la scena, dominata solo da un lungo tavolo di legno, “forse il simbolo della nostra penisola bagnata dal mare stagnante di una famosa cittadina di provincia”, racconta il regista Loris. Ed è proprio in una non precisata provincia che un maturo avvocato – ormai in pensione e diventato un poeta dilettante – si invaghisce di una lettrice intravista sulla spiaggia. L’avvocato decide quindi di mettersi in contatto con la donna chiedendo aiuto a una ex collega, con cui anni prima ha avuto un’importante relazione. Inizi qui il pericoloso gioco di coppia, quando alla ragazza sono proposte importanti somme di denaro in cambio di poterla osservare mentre si dedica alla lettura, in circostanze che col procedere del racconto si fanno sempre più intime. “All’inizio i personaggi non hanno un nome e si osservano, si rincorrono – spiega Loris – Sono attori e narratori di se stessi e degli altri, spinti a voler mettersi addosso brandelli di identità che tuttavia l’ambiente circostante, l’Italia di oggi, non li aiuta a ritrovare”. La partitura testuale, affidata a tre voci narranti che a tratti si identificano coi personaggi, segue lo sviluppo di questo anomalo triangolo amoroso fino al suo inquietante scioglimento, messo in scena grazie alle ottime interpretazioni dei tre protagonisti (Massimiliano Speziani, Cinzia Spanò e Alessia Giangiuliani).

“La nostra Italia, sprofondata da diversi anni in una crisi preoccupante che contribuisce a generare confusione e incertezza, non aiuta A, B, C a diventare personaggi consapevoli di sé e individui stabili e differenziati dagli altri – continua il regista dell’Out Off – Non li fortifica nelle loro certezze ma amplifica invece a dismisura le loro insicurezze”. Non è quindi un caso il fatto che il tema dell’identità sia alla base della drammaturgia creata da Renato Gabrielli, modellata con chiare citazioni dell’”Ulisse” di James Joyce (e in particolare del capitolo “Nausicaa”). Manifesto anche il riferimento al saggio di Francesca Serra “Le brave ragazze non leggono romanzi” (cornice di una protagonista non interessata al testo di Joyce quanto a gialli svedesi). Sulla scena, un’atmosfera di sospensione angosciante e al tempo stesso ridicola, carica di conflitti sottaciuti o inesplosi. Un’atmosfera che, come viene suggerito al pubblico, da qualche tempo domina la nostra società.

C’è un conflitto tra sessi, che non deflagra mai veramente. C’è un conflitto generazionale, più dichiarato che vissuto. C’è voglia di fuggire, ma anche l’ipnotico richiamo casalingo di un mare che assomiglia a una palude. “Si parla di soldi e ci si pensa parecchio; e le persone sono infelici. Ma questo non perché il denaro generi infelicità: al contrario, è per disperazione che ci si affanna a far soldi”, racconta il drammaturgo Renato Gabrielli. Non manca, perversamente, l’amore; ma proiettato in un altrove impossibile o perduto. Mirco, Giada e Federica, i tre personaggi de “La donna che legge“, si cercano ma sempre nel posto e nel tempo sbagliato. Fino ad arrivare a desiderare un bisogno sincero di pace, attraversato dalla tentazione di trovarla percorrendo la scorciatoia della morte.