Se dovessi scegliere una frase tra le tante che Dargen D’Amico mi ha detto nel corso della lunga chiacchierata di ieri, in occasione del lancio del suo D’Io, nuovo album uscito per i tipi della Universal, direi che la scelta non potrebbe che vertere su questa: “Questo album è più importante per quello che ho scritto, che per come l’ho poi realizzato” Detta così, suppongo, la cosa potrebbe suonare un po’ surreale, tanto più se a dirla è un rapper che poi solo rapper non è, uno venuto fuori con un album, quello delle Sacre Scuole, che lo vedeva al fianco dei futuri Club Dogo, colpa immagino difficile da lavare, e che poi, col tempo, si è ritagliato uno spazio tutto suo all’interno della scena hip-hop, il ruolo di un outsider dal talento spropositato, di quello strano, con gli occhiali da sole sempre infilati sul naso, del look da hipster, delle canzoni piene di parole anche difficili da capire (uno, per dire, che se deve associare il suo cognome a quello di qualcun altro non cita Ilaria, ma Suso Cecchi, donna decisamente più interessante), ficcanti, ricercate, sempre a tempo col flow dinoccolato del nostro.

Un rapper che è un po’ un cantautore, ci diciamo, seduti nella saletta interviste della Universal, una birra di fronte, ché in fondo anche i cantautori avevano queste musiche ripetitive, come in un loop usato da un dj per un beat, e anche i cantautori usavano un sacco di parole, puntavano al messaggio più che all’interpretazione. Anche se poi, abbiamo continuato, l’approccio alla scrittura è proprio quella del rapper, con la ricerca delle basi presso i beatmaker, spesso, quelli amici, conosciuti, che sanno già cosa stai cercando, come solo gli amici in effetti sanno fare, ma anche quelli mai sentiti prima, che però ti arrivano per tutta una serie di passaggi che non stiamo qui a elencare e che, guarda un po’ il caso o la serendipity, è proprio quello che stavi cercando. E poi, ovvio, le eccezioni stan lì appunto per confermare le regole, sempre che regole ci siano, ci sono quelle canzoni, tipo la strepitosa Modigliani, e a definirla strepitosa son io, che scrivo, non lui che l’ha scritta, nata da un’idea precisa di melodia, con lui lì a canticchiarla nuda e crudo in studio a Marco Zangirolami, come a voler bloccare l’attimo, cogliere l’arte e farne canzone.

Grande canzone, gli dico, come grandi sono anche altri brani, in questo D’Io, titolo impegnativo, conveniamo entrambi, mediazione tra il guardarsi dentro, il cercare se stessi, e al tempo stesso, il cercare qualcosa di infinito, di spirituale, Dio, si suppone, o D’Io, a voler essere più rigidamente filologi. Così dice anche la copertina, indescrivibile, ma lì a disposizione di tutti per essere guardata e interpretata, non vogliamo mica star qui a rovinarvi la sorpresa, ché di sorprese ce ne sono già tante dentro il disco, sorprese fatte di parole, giocate e tirare in ballo, regalate con generosità, che tanto un’altra decina d’anni e poi basta, si passa a altro, i libri, chiedo io, o il teatro, dice lui, sempre parole, comunque, perché quelle sono la sua arte. E proprio ora che il rap è diventato di moda, attraverso il pop di gente come Fedez e altri, lui, che del rap è sempre stato spina nel fianco, una di quelle spine piacevoli da sfiorare col dito, come certe cicatrici su cui non possiamo non passare la mano accarezzando chissà quali ricordi, esce con un album che è una sorta di manifesto di come il pop, volendo, può pure essere alto, essere altro. Pop d’autore, rap d’autore, musica d’autore. D’Io, per dirla tutta, è un album perfetto, dico io, a lui e a voi. Dodici canzoni che uno le ascolta e poi non è lo stesso di prima. A partire dalle due fulminanti hit di introduzione, La mia generazione e Amo Milano (Amo Milano perché quando il sole sorge/ nessuno se ne accorge, già solo l’intro vale il prezzo del biglietto per salire su questo ottovolante di parole), per arrivare, appunto, al picco massimo di Modigliani, canzone esistenzialista come manco Camus. Dargen D’Amico, per dire, basta la parola.