Pubblichiamo un’anticipazione di “C’è un re pazzo in Danimarca” (Chiarelettere) di Dario Fo.

Prima parte. L’autore più importante di queste memorie riapparse è nientemeno che Cristiano VII, re di Danimarca e Norvegia. Il testo che abbiamo avuto la fortuna di ritrovare inizia così.

Stamane mi sono svegliato proprio in salute. Neanche uno spizzico di male al capo, mi son ritrovato con un cranio senza peso, libero, e inoltre muovendo la schiena non ho dovuto né sopportare gli scricchiolii, né respirar con gemiti. Insomma sono proprio in luna festante, come non mi succedeva da tempo. Ho sbattuto via coperte e lenzuola, ho lanciato le gambe con forza fuori dal letto e mi sono ritrovato subito all’impiedi in perfetto equilibrio, senza manco un accenno di tremore.

Eccoli qua, gli scritti segreti della mia memoria, ne ho stese già una cinquantina di pagine

dario fo 250

Devo assolutamente approfittare di questo stato davvero eccezionale e pormi subito alla scrivania per continuare il mio racconto. Che racconto? Quello della mia vita! Non ho da perdere un solo attimo, evito perfino di rivestirmi, mi basta infilare la vestaglia e scrivere sfogliando il mio cervello che in questi rari frangenti è ben disposto a ricordare tutto ciò che, appena torno in crisi, sparisce dalla mente come se ogni pensiero franasse dentro una fossa nera senza fine (…). Eccoli qua, gli scritti segreti della mia memoria, ne ho stese già una cinquantina di pagine. Sono pronto! Però, prima di cominciare, come faccio sempre, le rileggo, correggo gli errori e allargo gli avvenimenti di fatti nuovi che vedo tornare a galla leggeri, come per incanto. Dentro e fuori da una favola.

Leggo: Mi chiamo Cristiano, di fede luterana. Ho più o meno trent’anni, non ricordo di preciso, ma mi secca chiedere informazioni sulla mia nascita a qualcuno della servitù o della corte. Son venuto al mondo a Copenaghen, immagino nel palazzo reale con la città coperta dalla neve, era pieno inverno…! Era più o meno la metà del Settecento. Mia madre, Luisa di Hannover, era la prima moglie di Federico V, naturalmente re di Danimarca. Di lei non rammento quasi nulla, né la voce né i suoi seni mentre mi allattava. Infatti sono subito stato posto fra le braccia di una balia di cui mi ricordo esattamente mammelle tenere e gonfie di latte e una voce che mi cantava perché prendessi sonno.

Mia madre è morta che avevo due anni e non lo seppi che molto tempo dopo, quando il re mio padre si risposò con un’altra donna nobile, molto bella ma avida, e priva di umanità, Giuliana Maria di Brunswick Lüneburg, della quale mi sforzerò di parlarvi largamente fra non molto. Vi anticipo soltanto che scoprire di questa signora, che pareva uscita da una leggenda mitica di un antico narratore scandinavo, fu per me qualcosa di terribilmente sgradevole. Era proprio una matrigna da favole crudeli inventate apposta per spaventare i bimbi. Nel giorno in cui, di lì a un anno, la matrigna diede alla luce il suo primogenito io fui colto da una febbre terribile, non certo per quella nascita.

Il medico, chiamato d’urgenza, decretò che forse non si trattava di cosa grave: era soltanto un normale fenomeno inerente allo sviluppo infantile. Ma, ahimè, la diagnosi era completamente sbagliata, non mi ripresi che dopo mesi di semincoscienza. In un primo momento sembrava proprio che fossi riuscito a cavarmela da quella disperata condizione (…). Fui affidato a un maestro perché imparassi a scrivere e apprendere arte, matematica e filosofia come è di regola per un principe (…).

Scoprii di adorare la lettura e il narrare impugnando una penna. Il maestro era paziente e ben dotato di sapere. Mi accompagnava intorno per tutta la tenuta. Si navigava su una barca, lungo piccoli corsi d’acqua che conducevano fino al porto zeppo di navi (…). Ogni tanto mi sentivo venir meno e di lì a poco crollavo perdendo coscienza. Il mio tutore mi abbracciava come fosse all’istante divenuto mio padre, di cui non avevo mai conosciuto un gesto simile. A ogni crisi arrivavano a visitarmi nuovi luminari del cervello.

Quegli uomini di alto sapere finivano a scontrarsi con durezza. E verso la fine del diverbio c’era sempre qualcuno che proponeva di sottopormi a una trivellazione cranica

Spesso quei sapienti organizzavano un consulto, mi palpavano il cranio come tenessi al posto della testa un melone di cui scoprire se fosse già maturo o meno. Immancabilmente quegli uomini di alto sapere finivano a scontrarsi con durezza e male parole. E verso la fine del diverbio c’era sempre qualcuno che proponeva di sottopormi a una trivellazione cranica che mi avrebbe liberato da quegli umori gassosi che di certo, comprimendo le circonvoluzioni cerebrali, causavano l’orrenda malattia. Ne discutevano davanti a me come se non esistessi, convinti che trattando l’argomento con termini latini essi fossero dispensati dall’avere un minimo di attenzione verso la mia persona, tanto che a un certo punto sono uscito davvero dalla grazia di Dio e ho urlato:

“Sapete cosa vi dico, signori sapienti? Che con voi sono d’accordo anch’io, bisogna risolvere con una trapanazione: non c’è altro rimedio, infilate pure il trapano, ma non nel mio cranio… nel vostro culo!”. Che non era proprio un’espressione da re! In uno dei giorni sempre più rari in cui mi trovavo in condizioni direi favorevoli mi capitò di attraversare il parco del palazzo di Frederiksberg sul cavallo donato da mio padre. Qualcosa turbò il puledro, che si impennò sbattendo le zampe anteriori proprio nel momento in cui una madre con il proprio bimbo tenuto per mano attraversava il sentiero. Il piccolo si spaventò e tentò di fuggire ma inciampando finì al suolo (…) Io scesi di sella e corsi a sollevare di terra il bimbo. La donna mi ringraziò: “Vi sono molto grata, principe”. Quindi si allontanò e mi capitò di udire il bimbo che chiedeva: “Madre, ma quello non è il figlio pazzo del re?”.

Da Il Fatto Quotidiano del 30 gennaio 2015